Perri morde CARESDE

Published on giugno 1st, 2017 | by Perri

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Care’s o della banalità, allora mia madre era un genio

Mannaggia Fernandina (Roggero), mi fai cadere sempre in qualche trappola. Sono convinto che non lo fai apposta, in fondo mi vuoi bene (io quoque) ma anche questa volta mi farai litigare con qualcuno o forse no. Comunque, la colpa è tua. Mi hai taggato nel tuo servizio – molto ben fatto, tra quelli che seguono l’enogastronomia sei rimasta uno dei pochi professionisti credibili – su Care’s, questo è il problema. E io che mi bevo i tuoi reportage mi sono bevuto pure questo. Un calice amaro, Fernandina, perché mi sono trovato sommerso dalla banalità spacciata per filosofia di vita. Ora io capisco che a Salina a fine maggio non si sta niente male, ma per dire/sentire quello che ho visto nel tuo servizio si poteva anche andare in un posto più vicino. Paraggi, ad esempio, dove sono sono stato l’altro giorno. La Riviera ligure è un incanto, ma ecco un altro luogo comune, bisogna ammantarsi di esotismo, di (sedicente) diversità. In Riviera? Giammai, andavano i miei nonni. Io vado in Sardegna, alle Eolie, a Formentera, alle Maldive o a Dubai. Dì, ma ci sei mai stata a Dubai? Io in vacanza non ci andrei neanche se mi venisse a prendere l’Emiro con l’aereo privato. E continuo a vedere gente che va a Dubai, perfino care amiche. Che angoscia.

Ma torniamo alla ridente Salina e a Care’s. Sai cosa ho pensato sentendo le feroci banalità dette dai cuochi che intervistavi? Che mia madre, buonanima (sei sempre nel mio cuore, mamma) oltre a essere a essere una donna sensazionale, oltre a essere la miglior cuoca donna che ho mai frequentato nella vita (ecco, forse Nadia Santini sta al suo livello), era anche un genio. E io non me n’ero mai accorto. Lei a Care’s c’era arrivata con cinquant’anni d’anticipo, diglielo a Niederkofler e Morelli la prossima volta che li vedi. Urca, usava solo le verdure dell’orto che coltivava mio padre, parlava con i pescatori (di nuovo mio padre che le portava il pesce che pescava di frodo, ma questa è un’altra storia) preparava intingoli con quello che arrivava dal bosco (ancora mio padre che le portava quintali di erbe, frutti e funghi da fare in tutti i modi, “buoni da seccare, da farci il sugo quando viene Natale”), aveva un grande rispetto per gli animali, tipo i conigli e le galline che allevava mio padre (e chi se no?) , rispettati da vivi e da morti: un coniglio alla ligure come quello di mia madre non l’ho più mangiato in vita mia.

Mia madre non buttava via niente. Ha avuto per trent’anni un frigorifero, adesso non li fanno più così, e se sono in queste condizioni fisiche, ahimè lo devo a lei che mi ripeteva: “Nel piatto non si lascia niente”. Ma ti guardi intorno, ma le vedi tutte queste sgallettate che si occupano di enogastronomia (spero che apprezzerai che non uso food)? Non finiscono un piatto o ne finiscono uno su tre. A parte il fatto che ho i miei seri dubbi che capiscano qualcosa, ma poi queste vanno a fare le esegete di Care’s e della lotta allo spreco. Come si combatte lo spreco? Finisci quello che hai nel piatto. Ma quelli che intervistavi non si rendevano conto di quello che dicevano, di come si parlavano addosso, delle banalità sconcertanti che uscivano dalle loro bocche?

Ragazzi è crollata la Torre di Babele, l’Egitto con tutta la sua potenza è sprofondato nella sabbia, l’Impero Romano è stato asfaltato dai barbari, Napoleone ha perso a Waterloo, il boom economico si è arenato, il ’68 è stato un’illusione, il ’77 un lampo, il riflusso è rifluito, la bolla immobiliare è esplosa, il Genoa non vince uno scudetto da quasi cento anni. Domandiamoci: tutto questo circo attorno a cuochi e cucine durerà ancora molto? Belin, tornate in cucina a far da mangiare (bene), con buoni prodotti, con buona volontà. Per salvare il pianeta, sia in cucina che altrove, non c’è bisogno di eroi ma di gente che faccia il suo, ogni giorno, con continuità e ottimismo. L’orto, il pescatore, il territorio. Ma dai. Ma basta. Qualità, semplicità, e, ripeto, buona volontà.

Sono stato a pranzo da un giovane chef stellato. Ho mangiato bene. Dopo, ho conversato con lui. Mi ha detto, testuale: “Se non mi davano la stella, all’ultimo giro, cambiavo mestiere”. Non gli ho detto nulla, mentre avrei dovuto dirgli: cazzo, tu sei un CUOCO (belin, c’ha ragione Cipriani). Il tuo mestiere è riempire un ristorante, dar da mangiare (bene) alla gente e guadagnare per quello che fai e che offri. Non c’è bisogno di effetti speciali, colori ultravioletti e neanche di riconoscimenti, targhe, medaglie, punti e stelle. Il tuo riconoscimento è un ristorante pieno e la gratitudine delle persone che hanno speso bene i loro soldi. Questo basta, con o senza stella, con o senza il programma tv, il palco del congresso, lo show cooking, la cena a otto mani, la laurea honoris causa, i Fifty Best, l’approvazione dei tanti Anton Ego che si aggirano tra i tavoli. Come diceva Indro Montanelli: il mio padrone è il lettore. Il tuo è il cliente. 

Dopo essere ripartito mi sono detto: questa è l’ultima volta che canto nel coro. Da oggi dico tutto quello che penso, soprattutto se mi sento affogare in un mare di banalità. Fernandina, vedi cosa mi hai fatto fare?

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