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Published on agosto 4th, 2016 | by Perri

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Gazzetta di Parma: il segreto dell’Olimpiade secondo me

Se l’ultimo tedoforo deve essere il più grande, a Rio de Janeiro domani non potrà che essere Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelè, ad accendere la fiamma che illuminerà, dal 5 al 21 agosto, i Giochi della XXXI Olimpiade dell’era moderna. Oggi il premier Matteo Renzi inaugurerà Casa Italia: la corsa a un posto alla sua tavola pare sia stata più veloce e combattuta della finale dei 100 metri. E non solo per la cucina di Davide Oldani. E’ la prima Olimpiade dove, tra i gadget consegnati ai membri della Famiglia Olimpica, c’è anche uno spray anti-zanzare. La variante “tigre” del piccolo ma micidiale insetto potrebbe trasmettere il virus Zika, pericoloso per la fertilità di uomini e donne. La paura di Zika ne ha tenuti lontani quasi quanto la Wada, l’agenzia anti-doping mondiale che ha falcidiato la squadra russa.

Tra l’esclusione subita e quella auto-inflitta c’è il senso dell’Olimpiade, da De Coubertin al ai Giochi 2.0. A rinunciare, per Zika o altre ragioni, sono stati soprattutto i rappresentanti degli sport professionistici, il tennis (5 tra i primi 10), il basket, il golf, esordiente con il rugby a sette. Nessuno degli altri. Ogni quattro anni si compie il miracolo dello sport globale che va in scena anche in condizioni difficili come ad Atlanta ’96, la peggiore Olimpiade, dal lato organizzativo, degli ultimi 50 anni. Ce la farà anche a Rio de Janeiro, con i fili che scendono dai soffitti, il villaggio spartano (e non terminato), il mare inquinato e sporco, alla faccia delle cartoline con le spiagge immacolate, le ragazze in tanga e i bambini che palleggiano.

Più o meno sfarzose, l’Olimpiade ha avuto sempre ragione dell’approssimazione, del doping, del terrorismo (anche quando è entrato, come a Monaco ’72), delle contestazioni, dei controlli, della paura. L’Olimpiade è sopravvissuta alla stagione dei boicottaggi incrociati (1976-1984) e dal 1988 non manca nessuno. L’Olimpiade è un modo per affermare la grandezza di una nazione, un modo per mostrare i muscoli, oltre lo sport. Il picco è stato raggiunto a Pechino 2008. Nulla si avvicinerà all’Olimpiade cinese. Certamente non quella di Rio de Janeiro. Nel Cio c’è chi vuole escludere, per il futuro, le città “problematiche”. Ma il Brasile che ottenne i Giochi era la lettera iniziale dei BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), il gruppo dei paesi economicamente rampanti, e aveva una leadership forte e conclamata. Ora l’economia è crollata, lo Stato di Rio fallito e il presidente Dilma Roussef è sotto impeachment. Eppure.

Eppure tutto questo scomparirà con l’arrivo delle gare. Certo, quella di Rio de Janeiro è un’Olimpiade al risparmio. Costruiti gli impianti, si è tagliato sul resto. Niente colori, bandiere, carnevale. Domina l’opaco. Però Usain Bolt, il revenant Michael Phelps e Federica Pellegrini, nostra portabandiera, cancelleranno tutto. Già, l’Italia. Partecipare è importante, vincere di più. A Londra le medaglie azzurre furono 28; il Coni ha fissato l’asticella a 25, Sport Illustrated, rivista americana famosa per le sue previsioni, non sempre azzeccate, ne ha preventivate 20. Le medaglie sono volubili, in un’Olimpiade le uniche certezze sono le storie. Per 17 giorni leggeremo di canoisti, pugili (c’è l’esordio di una boxeur italiana, Irma Testa), lottatori, judoka, arcieri. Storie che il 21 agosto verranno inghiottite dall’orco pallone. Ma per quanto abbiano avuto vita breve ci avranno emozionato, meravigliato, coinvolto. Splendide cicale. Il segreto dell’Olimpiade è che è un appuntamento al buio. 

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