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Published on aprile 19th, 2020 | by Perri

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Il vecchio dei Gonzalez, noir esistenziale: dalla violenza alla speranza del riscatto

              IL VECCHIO DEI GONZALEZ *

Ho scavato dieci centimetri al giorno.

Dieci centimetri per 350 giorni all’anno, perché 15 giorni me li sono sempre presi di ferie. Me le merito, le vacanze, con tutta la fatica che ci metto a tirar via la terra. All’inizio era cemento, vorrei precisare. In quei quindici giorni mi riposo e basta. Sto in branda, converso con il mio compagno di stanza. Mi piace dire stanza. Il termine cella lo possono usare quelli di passaggio, questa per me è una stanza.

Allora, dieci centimetri al giorno per 350 giorni (così il conto viene anche più facile), fanno 35 metri all’anno e 35 metri all’anno per 38 anni, se non ho calcolato male, fanno 1 chilometro e 330 metri. Almeno credo, perché non sono mai stato forte in matematica. Metro più, metro meno.

Ho cominciato che ero appena arrivato. Non so perché l’ho fatto. Un buco per scappare da una prigione? Che banalità, roba da barzellette, ho pensato, quando stavo ancora valutando la decisione di scavare. Però alla fine ho cominciato. Forse perché io rido sempre, alle barzellette. Anche a quelle più sceme. O meglio ridevo, una volta. 

E se non ricordo perché ho cominciato, forse solo per dare un senso al mio essere rinchiuso tra queste mura, ormai non ricordo neanche più perché sto qua dentro. Forse si tratta di un caso di memoria selettiva. Neanche tutti gli strizzacervelli, però, ci credono che esista la memoria selettiva. Comunque devo aver fatto qualcosa di brutto, perché da 38 anni sono chiuso qui e non hanno mai pensato neanche per un momento di farmi rivedere il mondo di fuori. E non ci pensano neanche ora che sono il più vecchio qui dentro. Neanche la libertà vigilata, il braccialetto elettronico o un drone sopra la mia testa, prendono in considerazione. Hanno buttato via la chiave con il mio nome.

Per tutti sono stato per anni il vecchio del buco. Perché tutti lo sanno che scavo, pure le guardie, ma nessuno ha mai fatto la spia. Nessuno ha mai aperto bocca, nessuno è mai venuto a chiudere il buco. Ora che sono davanti all’ultimo pezzetto di terra, ora che il buco è alla fine, ho scoperto perché mi hanno lasciato in pace.

In parte è perché pur essendo vecchio, sono ancora forte. Ho sempre avuto la pelle dura, i muscoli sodi e le ossa robuste. Sono forte e, soprattutto, sono cattivo. Di una cattiveria fatta di sguardi, non esibita. La peggiore. Io, in realtà non mi sento così cattivo, però per tutti lo sono. E’ come la voce, sapete? Quando riascolti la tua voce registrata hai sempre la stessa reazione: ma io parlo così, con questo tono di merda? Io quando vedo gli altri tremare, penso che è strano, perché non mi sembra di essere cattivo. 

Niente. Io mi guardo allo specchio e non vedo una persona cattiva. Vedo un signore anziano, ben piantato, alto, con la faccia piena di rughe ma di rughe scavate bene, non so se mi spiego, rughe non afflosciate. Insomma, se avete capito, bene, perché o non so spiegare meglio.

Questa fama da uomo cattivo ce l’avevo anche prima, ma poi c’è stata la faccenda dei fratelli Gonzalez e sono diventato una leggenda. Prima, per tutti, ero il vecchio del buco, poi sono diventato il vecchio dei Gonzalez.

Qui nessuno mi ha mai dato fastidio. Neanche trentotto anni fa, quando sono entrato, all’inizio. E non è un fatto che accade spesso in questi buchi che chiamano “istituti di correzione”. La galera non corregge un cazzo. “Quando esci non sei corretto, al massimo ti aggiungono l’acqua” diceva uno dei miei compagni di stanza, decenni fa. Ha ragione. Magari ti rimetti in riga e non ci torni, qua dentro, ma sei come un alcolista, un drogato, insomma rimani dipendente anche se ti sei ripulito. Magari ce la fai, te lo auguro, ma se sei arrivato qui, e non sei un innocente che è finito stritolato dagli ingranaggi della giustizia, il tuo tarlo ce l’hai in testa. E non puoi mandarlo via, ce l’hai e basta. Puoi solo tenerlo a freno.

Io l’ho capito qualche anno fa, quando sono arrivati i fratelli Gonzalez e hanno iniziato a infastidirmi. Battute, minacce, strusciate in mensa o in cortile, sorrisetti. Dicevano che a loro i vecchi piacevano, che non si sarebbero formalizzati e mi avrebbero fatto diventare la loro fidanzata. Era solo questione di tempo.

Ci credo che non si formalizzavano, quei due bastardi assassini. Erano finiti dentro per aver stuprato, torturato, per giorni, e ucciso, molto lentamente, una donna di 75 anni. E non era neanche il loro primo delitto, avevano una fedina penale lunga più del mio buco a stamparla tutta. Eppure era la prima volta che riuscivano a sbatterli in gabbia. Evidentemente erano abili nel non lasciare tracce o avevano qualche protettore tra gli sbirri o più in alto. Il pensiero mi è venuto anche perché non riuscivo a capacitarmi di come, dopo uno stupro con tortura e omicidio, fossero riusciti a non prendere la residenza nel braccio della morte. Avrei voluto conoscere la faccia di merda che non aveva avuto il coraggio di invitarli al party con l’ago. Non è che sia favorevole alla pena di morte. E neanche contrario. Diciamo che sono agnostico, non è un mio problema. Ma i Gonzalez erano gentaglia della peggior specie. Sadici che godevano nel fare il male. Godevano nell’umiliare, nel torturare, nel trattare le persone peggio di come vengono trattate certe bestie dagli esseri umani. Umani, poi. Ecco, loro di umano non avevano nulla.  Si meritavano il peggio, ma non avrebbero avuto problemi se non avessero cominciato a provocarmi. Ma tu pensa, trent’anni che sto qua dentro e arrivano questi due scappati dalla fogna a tentare di rendermi la vita difficile.

Comunque a me non facevano paura. A me non fa paura niente, neanche la morte. Figuriamoci se mi trasmettevano dei brividi quei due ratti scampati alla disinfestazione. Vedevo gli altri detenuti che mi fissavano come se nel braccio della morte ci stessi io, come se fossi un dead man walking. Parevo uno spettro, in quelle settimane, davanti a me si apriva il mar Rosso come a Mosè e non avevo neanche toccato l’acqua con qualche bastone miracoloso. Da un certo punto di vista era anche un vantaggio, perché saltavo tutte le file, in mensa, alle docce, in biblioteca, in infermeria. Un giorno, così, per sfizio, mi sono messo in coda pure per il telefono, anche se non avevo nessuno da chiamare, solo per vedere se si facevano da parte anche lì. E così è stato. Ho fatto il numero del servizio informazioni, solo che il numero non è lo stesso di trent’anni fa, così ha detto una voce femminile. A me è piaciuto sentirla. 

Tutti, qua dentro, non si capacitavano che non avessi paura dei due fratelli. Non cambiavo percorso quando li incrociavo, li guardavo dritti in faccia. Erano stupiti, gli altri, dal mio atteggiamento. Avrei voluto tenere una piccola lezione su quelli come i Gonzalez. Questa è gente che si nutre proprio della paura, se li affrontate a viso aperto, se mostrate loro che li considerate delle merde, qual sono, il dubbio comincerà a serpeggiare dentro di loro e abbandonerà voialtri. Io della lezione non avevo bisogno, io quelli come i Gonzalez me li mangiavo a colazione prima di arrivare qui. Il resto no, ma questo me lo ricordo.

Così ero tranquillo il giorno, anzi era sera, una sera d’autunno, quando me li sono trovati nelle docce, improvvisamente deserte, come se nessuno avesse voglia di togliersi un po’ (tutto è impossibile) di sporco di dosso. O piuttosto sapessero (buona la seconda) quello che stava per accadere. Si sbagliavano, però, perché quello che stava per accadere non era quello che pensavano loro. In ogni caso, chissenefrega

“Eccolo qui il nostro vecchietto” ha detto il primo dei Gonzalez.

“Ehi, ma è ancora bello sodo” ha detto il secondo dandomi una patta sul culo.

Poi non hanno detto più nulla perché ho spaccato il cuore a entrambi con due rapidi colpi del punteruolo che tenevo nascosto dietro una piastrella, nel vano doccia che da sempre era il mio. Una stilettata. Uno e due. Come un ago nel braccio. “L’ago che qualche figlio di puttana non vi ha infilato” – ho detto ai due stesi per terra sputandogli addosso – Ci ho pensato io, cazzoni”. Non hanno detto neanche “ah”, non hanno neanche potuto mostrarmi una faccia sorpresa. Sono morti in silenzio, come non erano mai vissuti perché raramente ho conosciuto due cazzari vocianti della loro specie. Sono crepati praticamente senza accorgersene, e un po’ mi è dispiaciuto perché avrei voluto che soffrissero di più. Non si è visto nessuno perché sia le guardie che gli altri detenuti non volevano immischiarsi. C’era sangue dappertutto. Ma non era il mio e l’ho lasciato lì. Ho finito la doccia, stando attendo a non sporcarmi, poi ho rimesso a posto il punteruolo nel nascondiglio dopo averlo lavato accuratamente e me ne sono andato. Pulito e profumato come un pupo. Quel giorno mi pareva proprio di essermi lavato via tutto lo sporco. 

Tutti sanno che sono stato io, ovviamente, ma nessuno ha trovato prove, o forse neanche le ha cercate. Perché tutti sanno che ero io che dovevo morire, ero io quello che ero stato minacciato pubblicamente, e se sono sopravvissuto, è stata legittima difesa. Caso chiuso

Io, comunque, non me ne sono mai vantato. Io parlo poco.

In questi anni tutto è cambiato nel mondo. Nazioni, modi di dire, tecnologia, squadre di football, criminali. Adesso, questi, sono quasi tutti di colore e quasi tutti stranieri, anche quelli che sono nati qui. Hanno queste facce tutte uguali, insolenti, arroganti. Spente. All’inizio, i primi giorni di soggiorno, mi guardano con disprezzo, non mi salutano, pensano di potermi angariare, qualcuno, in cortile mi urta di proposito e poi mi sfida con gli occhi sporgenti. “Cazzo guardi, vecchio” mormorano e mi mostrano il medio, ridendo. Poi, però, sento dei bisbigli e qualcuno spiega loro chi sono. Ascolto, ai tavoli della mensa o in cortile, nell’ora d’aria, il racconto delle mie gesta come se non parlassero di me. I più anziani di detenzione sussurrano ai nuovi arrivati: “State attenti, coglioni, che quello è il vecchio dei Gonzalez. Se lo fate incazzare fate la loro fine. Due colpi e zac”.  E mimano il taglio della gola, anche se in realtà li ho colpiti al cuore.

E allora anche i più fetenti cambiano modi. Il mio nome non lo sanno, ma i Gonzalez invece li conoscevano e conoscevano la loro fama. Da quel momento, quando mi incontrano, arretrano e abbassano il capo, biascicando un “’ngiorno signore” al posto del “cazzo guardi, vecchio”. Un bel cambiamento.

Vanno e vengono, questi altri avanzi di fogna, appena meno infami dei Gonzalez. Ma forse, da stasera, non sarà più un problema mio. Sono arrivato alla fine del buco.

C’è solo un velo di terra di dieci centimetri tra me e la libertà.

La libertà?

Un sentimento che è una domanda. Ho scavato 10 centimetri al giorno per 350 giorni per 38 anni e poi è arrivato questo damerino e mi ha mandato in crisi.

Non è come gli altri. Non è un figlio di puttana. Deve aver combinato qualche giochetto illegale con i computer, qualche truffa tecnologica. Me l’ha spiegata, ma io non ci ho capito un cazzo. Quando è comparso sulla porta della mia stanza mi ha salutato con gentilezza e si è andato a sedere sul letto che gli avevano assegnato, quello sotto il mio. Ho scosso la testa. Se lo sarebbero mangiato in due minuti, gli squali che circolano in questo stagno. Così ho comunicato a radio-carcere che il ragazzo era mio e lo sarebbe stato anche dopo la mia morte, sarei tornato dall’oltretomba per sistemare chi gli avesse fatto del male. In altri momenti mi avrebbero riso in faccia, ma dopo i Gonzalez mi circonda un’aura mitica. Discorso chiuso. Nessuno gli si è mai avvicinato. Siamo diventati amici, se si può usare questo termine. Mi ha insegnato a giocare a scacchi e a usare un computer. Andiamo insieme nella biblioteca, dove ce ne sono un paio. E’ consentita la navigazione, non puoi entrare in contatto con qualcuno o guardare i siti porno, ma esplorare il mondo sì. Lui, a bassa voce, però, mi ha detto che può farmi parlare con chi voglio, che può aggirare i loro impedimenti. Ho scosso la testa. Il ragazzo può uscire tra due anni, sulla parola. “Non rischiare, niente cazzate” gli ho intimato.

Però attraverso il computer mi ha fatto vedere il mondo di fuori. E mi ha terrorizzato. Io, che non ho paura di niente, ho scoperto di aver paura di quello che non conosco. Ecco perché mi hanno lasciato scavare, perché il vero muro non è quello della prigione, è quello della realtà. 

Là fuori non c’è più nulla di mio. Non dico una donna, dei figli, dei parenti, degli amici. Non dico esseri umani di carne e ossa. E’ proprio il mondo che non è più il mio. È un’altra cosa. Ho compreso che il mio mondo è questa prigione e che alla fine del buco ce n’è un altro, ai confini della realtà, come quella serie anni ’60. A quei tempi li chiamavamo telefilm. Anzi oltre la realtà, la mia realtà che sono queste quattro mura. Come rimettersi a scavare, come dover affrontare di nuovo un tunnel, senza mai vedere la luce. Mi è venuta paura. Io, che non l’ho mai avuta. Dopo 38 anni di certezze, adesso sono quello che non avrei mai voluto apparire: un vecchio bavoso e tremolante.

Adesso sono in fondo al buco, con in mano i rudimentali strumenti di scavo, un sacco con i vestiti e i soldi che ho accumulato in 38 anni. Un gruzzoletto. Sono qui, con in mano questa specie di pala e non so se cominciare a buttar giù l’ultimo sottile pezzo di terriccio che mi separa dalla libertà. Non so se abbandonare il “mio” mondo per l’altro, quello dove non so cosa mi aspetta, dove potrei stare peggio.

Poi, però, penso due cose. La prima è molto semplice, quasi banale. Là fuori non so cosa c’è e ho paura, ma questa, dove ho passato quasi tutta la mia vita, per quanto solida e rassicurante, per quanto la possa definire casa mia, è pur sempre una prigione.

E poi c’è il secondo aspetto. Il ragazzo mi ha spiegato che là fuori, per ogni uomo, anche vecchio come me, ci sono almeno sette donne.

“Il sesso non mi interessa più, non saprei neanche da dove cominciare” ho obiettato.

“Beh, c’è anche l’amore” ha ribattuto lui. Poi è arrossito, come se avesse detto una stupidaggine. Forse si è spaventato per la mia faccia. Ma non ero arrabbiato, anzi, ero solo sconvolto per la rivelazione di una verità straordinaria. Almeno per me. Non ho mai amato nessuno, non ho fatto in tempo. Forse però me ne rimane un poco per rimediare.

Se qualcuno mi vedesse ora, mentre scavo freneticamente, sarebbe sconvolto. Perché non ha mai visto sorridere il vecchio dei Gonzalez.

* racconto inedito di Roberto Perrone, riproduzione riservata 


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