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Published on giugno 1st, 2017 | by Perri

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La lezione di Totti, editoriale sulla Gazzetta di Parma

La congiura degli affetti, la cerimonia degli addii hanno una tradizione antica e positiva. Ma a volte rischiano di ricoprire, con il loro contorno di lacrime, targhe, medaglie, ricchi premi, cotillons, salamelecchi e instant book, il vero significato di un avvenimento. E infatti, di quello che realmente è avvenuto domenica sera, in una calda serata allo stadio Olimpico di Roma, in mezzo a un pulviscolo di umida nostalgia, si è persa l’esatta portata. Francesco Totti ha dato l’addio alla Roma (forse anche al calcio giocato, ma non si sa) suscitando una tempesta emotiva diffusa e anche grottesca. Tutto questo ha inevitabilmente messo in ombra lo straordinario messaggio lanciato da Francesco Totti con la sua carriera e con le parole con cui ha accompagnato il suo addio da calciatore della Roma. Un messaggio particolarmente importante e significativo per l’Italia. Al di là dello sport. Francesco Totti è stato un grande campione, certo, ha giocato con la stessa maglia per 28 anni, ha segnato tantissimi gol in serie A, ha stabilito tutta una serie di record. Ma se quello che ha compiuto come calciatore ha rilevanza, è l’essere umano ad averci colpito, segnalandoci due valori dispersi in questa Italia del terzo Millennio. Innanzitutto l’auto-ironia. Totti ha preso in giro il prossimo, specialmente i suoi nemici storici, laziali e juventini, ma si è fatto anche prendere in giro. Ha trasformato le barzellette su se stesso in un bestseller, negli spot pubblicitari recita la parte del finto tonto con eleganza e bravura. Insomma ha dimostrato, in una società di permalosi, di non esserlo. Una rarità. Tra colleghi calciatori, politici, intellettuali, imprenditori e perfino giornalisti (bastava osservare la faccia irritata di un noto fustigatore di costumi finito tra le grinfie di due comici in un programma televisivo) pronti al sarcasmo su tutti, ma impreparati a subirlo su stessi, Totti ha dimostrato che il vecchio slogan del ’68, “una risata vi seppellirà”, ha senso e valore se chi ride è capace, prima di tutto, di ridere di se stesso.

Poi, domenica, è andato oltre, senza timore di affrontare il lato più drammatico del nostro essere umani. Davanti a uno stadio pieno, a milioni di persone che lo hanno visto e sentito tramite la tv, il web, i giornali, ha ammesso di avere paura. Ha confessato di aver vissuto e di vivere solo di calcio e di essere impreparato a quello che viene dopo, a quello che di nuovo gli riserverà l’esistenza. Ha chiesto aiuto. Ha parlato, a suo modo e con il suo stile, della nostra fragilità di esseri umani, del nostro cercare come a tentoni di trovare un senso a quello che facciamo e del disorientamento che proviamo ogni volta che non ci riusciamo o che quello che ci ha accompagnato fino a un attimo prima scompare per lasciare il posto a un futuro denso di incognite. E questo vale per tutti, per chi quotidianamente combatte con le insidie della normalità e per chi sta sopra un monumento, al centro di una grande città, con milioni di persone che lo venerano come un dio. In un Paese, in una civiltà che si inventano eroi per sopravvivere o sperano di poter andare avanti senza porsi alcune fondamentali domande sull’esistenza, un calciatore famoso e ricco, in una domenica di inizio estate ha mostrato la sua nudità umana. E anche la nostra. Sarebbe consolante se, asciugate le lacrime, qualcuno, non pretendiamo tutti, si sia accorto della speciale grandezza di tutto questo.

GAZZETTA DI PARMA PAG. 1 

30/05/2017

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