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Published on maggio 4th, 2020 | by Perri

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La panchina, racconto della quarantena sulla possibilità di un “di più” nella vita

Oggi la donna è sola sulla panchina. Dopo tre anni, non vedo l’uomo accanto a lei. Così, uscendo dal bar-tabacchi, le ho dedicato uno sguardo di troppo. Lei se n’è accorta e mi ha sorriso. Un sorriso appena accennato, un movimento impercettibile delle labbra. Ma io lo so, ha sorriso. Lo so perché la conosco bene, forse, insieme con l’uomo che oggi non le siede accanto, è la persona che conosco meglio in questa città.

Mi sono trasferito qui tre anni fa. Mi piace la zona, mi piace questa piccola e riparata piazza, anche se a volte, sulle panchine del parco – via, parco, sarebbe meglio chiamarlo giardinetto – c’è qualche faccia strana, per non dire peggio. Ma accade di rado. Forse vengono per riposarsi un po’ dalle loro “faccende” e poi se ne vanno. Pur essendo a un passo da uno dei luoghi più “movimentati” della città, questo slargo sembra appartenere a un’altra dimensione. E’ una specie di oasi. Mi piacciono le vie qua attorno, mi piace il bar-tabacchi dove prendo un caffè doppio in tazza grande e un cornetto (liscio) al mattino, mentre i miei occhi si incrociano con quelli delle giovani mamme che portano i bambini all’asilo che dà sulla piazza e dopo spettegolano e ridono ai tavolini del bar. Conosco anche loro, ma meno della coppia sulla panchina. Ce ne sono di carine e a volte indugiamo un po’ più a lungo sull’incrocio di sguardi. Solo questo. Una delle prime regole che mi sono dato quando ho capito che le femmine non stavano al mondo solo per avere un grembiule di colore diverso all’asilo, è questa: mai con una donna sposata, mai-mai con una con figli.

Io abito subito qua dietro, la mia casa è un loft. Un giorno ho visto un film e c’era un tizio che aveva una casa così. Sono entrato nel primo studio di architettura che ho trovato, ho puntato sull’architetta con la faccia più sveglia e le ho consegnato il dvd. “La voglio così”. Faccio un mestiere che mi fa guadagnare parecchi soldi, sono single, anche se talvolta qualche donna cerca di sistemarsi con una certa costanza, e con una buona dose di coraggio, nella mia vita.

Nessuna, però, ha una costanza così grande e un coraggio così estremo da resistere a lungo. Io non pianto nessuno, non perché sia un benefattore o un filantropo, semplicemente perché sono convinto che piantare una donna sia un’operazione faticosa. Preferisco farmi piantare. Apparentemente può sembrare una sconfitta (“sono stato piantato”), in realtà ti solleva dai sensi di colpa, ti fa apparire dalla parte della ragione, commuove eventuali nuove fidanzate provviste della vocazione della crocerossina.

Sono un uomo così. Forse non sono granché, come uomo. Lo so. Malgrado la gente mi consideri un uomo di successo. Ma che cos’è il successo? Fare soldi? Io i soldi, a parte il loft e un classico macchinone da ricchi che non uso quasi mai, non so come spenderli.

Loro due sono stati, per tre anni, l’unico sguardo che ho gettato veramente sull’umanità. Io esco di casa ogni mattina alle otto, entro le bar tabacchi all’angolo, prendo il caffè doppio in tazza grande e il cornetto liscio (l’ho già detto), compro le sigarette, esco, me ne accendo una e faccio due passi fino al garage dove tengo la moto. La moto la uso. I “due passi” contemplano l’attraversamento in diagonale del piccolo parco. E lì, sulla panchina, ci sono i due. Anzi c’erano. Perché adesso c’è solo lei. Quanti anni possono avere? Una settantina, credo, forse di più, non sono un gran azzeccatore di età. Lei altezza media, lineamenti dolci, capelli grigi tagliati corti, che non le arrivano neanche alle spalle. Lui un bell’uomo robusto, alto, sempre ben vestito anche se non l’ho mai visto con la cravatta, fatto strano per un signore di quell’età. Lei, talvolta, gli poggiava la testa sul petto, lui le cingeva le spalle. Ogni tanto si sfioravano le labbra con un bacio. E’ stato questo a colpirmi la prima volta che li ho visti. Due persone anziane che si baciano. Ho intravisto la passione e l’ho riconosciuta bene, perché si riconoscono meglio le cose che non si hanno.

Non sono un uomo di grandi sentimenti. Ma più di una volta, e non solo quando passavo davanti a loro, mi sono ritrovato a pensare a come dev’essere affascinante la vita quando si ama una persona a quel modo e se n’è riamati.

Per tre anni l’uomo e la donna hanno accompagnato l’unico momento di seria riflessione sulla vita, sui valori, su quello che un uomo costruisce nell’arco della sua esistenza. Soprattutto su quello che, alla fine, lascia di se stesso.

Per cui, ora, vederla da sola, mi ha ferito, come se avessero tradito quell’unico momento di verità della mia giornata e della mia vita. Ho pensato spesso a lui, ho pensato che magari gli era venuta un’influenza. Però anche oggi non c’è e ormai è una settimana che la signora è da sola sulla panchina.

Non so perché lo sto facendo. Ma spengo la sigaretta e vado a sedermi accanto a lei.

“Ha un bel cappotto – mi dice – non gliel’avevo mai visto”.

Sono sorpreso. Allora mi guardavano anche loro. “L’ho preso in saldo alla fine dell’inverno scorso. Non l’avevo mai messo”.

Rimaniamo in silenzio. Poi mi decido.

“Mi chiamo Leopoldo Antelli” e le porgo la mano. Lei mi dà la sua piccola, ma forte.

“Angelica Bonocore”.

Non so resistere, non mi sono mai comportato così, prima. Non ho mai invaso l’esistenza altrui.

“Mi scusi, ma il signore non sta bene?”.

Lei muove le labbra, ma questo non è un sorriso, è più il contenimento di uno spasmo.

“E’ morto”.

Lo dice così, in un soffio. Mi aspetto che pianga, ma non lo fa.

“Mi dispiace molto per suo marito”.

Lei questa volta mi regala un sorriso aperto. “Grazie, lei è molto caro, ma non era mio marito”.

Deve leggere lo sconcerto sul mio volto e questa volta arriva quasi a ridere. Da giovane – e forse fino a  dieci, vent’anni fa – doveva essere una bella donna. Cioè, lo è ancora, mi spiego meglio: una ventina d’anni fa doveva far girare la testa agli uomini, per strada.

“Non eravamo sposati. Come dite voi giovani, eravamo “fidanzati”.

“Mi scusi…”

“Amanti, anche se questo termine non ci è mai piaciuto” aggiunge a bassa voce.

Non so cosa dire. E forse dico una bestialità. “Mi scusi, sa, ma vi vedevo così innamorati che pensavo foste marito e moglie, che foste insieme da una vita”.

“Ma noi lo eravamo,  e lo siamo ancora, innamorati. Moltissimo. E eravamo insieme da una  vita, ma non ci siamo mai sposati. E non abbiamo mai vissuto insieme”.

“Succede, anche ora, tra fidanzati”. Ho cercato di metterla sul brillante. Lei mi ha guardato scuotendo la testa.

“Veramente noi non potevamo vivere insieme perché entrambi eravamo sposati e io lo sono ancora”.

Questa volta sono sconvolto. Mi agito un po’ sulla panchina, ma ora non posso demordere, voglio sapere.

Lei mi precede. “Ci siamo innamorati trent’anni fa, ma nessuno dei due ha lasciato le rispettive famiglie. Per trent’anni ci siamo visti qui, ogni mattina, lui prima di andare in ufficio, io a fare commissioni. Quando potevamo ci ritagliavamo un cinema, un museo, un ristorante”.

“Ma non avete…”

Mi ha sorriso ancora. “No, non abbiamo mai fatto l’amore. Le può sembrare strano, ma non sapevamo dove andare, ogni posto, che non fosse una casa nostra, un luogo che doveva rispondere a determinati criteri, ci pareva inadeguato, pensavamo che sporcasse il nostro rapporto. Così ci incontravamo qui. All’inizio per pochi istanti, ma dopo che lui è andato in pensione stavamo qui tutta la mattina, con qualsiasi clima. Beh, ogni tanto entravamo nel suo bar, quando pioveva o faceva veramente freddo”.

“E vi bastava?”.

“Eravamo noi, insieme, eravamo noi due. Da qui abbiamo viaggiato, visto posti meravigliosi. Eravamo innamorati. Lo siamo ancora, mi creda”.

Ogni mattina la incontro. E’ seduta sulla panchina, sempre la stessa. Ora sono io a starle accanto. Ho allungato il mio rito mattutino. La sigaretta, ora, la divido con lei. Fumiamo, parliamo. Ogni tanto Angelica mi porta dei libri, io le do dei consigli su come investire i suoi risparmi. Non sono un benefattore o un filantropo, e come uomo non sono granché. Però qualcosa il mestiere arido che mi sono scelto me l’ha insegnata. Io non capisco nulla della vita, la misuro in termini di profitto e alla fine questa mia mentalità, questa deformazione, mi è tornata utile. Ho capito che sedendomi qui, su questa panchina, con questa donna anziana, posso trarne un profitto. Un profitto in termini di umanità. L’ho capito ascoltando la storia di Angelica e ora, ogni mattina, parlando con lei. Ho capito che nella vita si può avere di più, ho capito che un essere umano, quando arriva a questo “di più” se lo tiene stretto.

Ho capito che potrei essere anch’io così. Un uomo migliore. 

In fondo ho ancora tempo. Me lo ripete anche la signora. Senza essere pressante, com’è lei. Dolce e risoluta.

E, ogni volta, conclude che, da qualche parte, c’è una panchina tutta mia ad attendermi.

La Panchina, racconto inedito di Roberto Perrone, tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione senza consenso. 

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2 Responses to La panchina, racconto della quarantena sulla possibilità di un “di più” nella vita

  1. Manni says:

    Perri caro!!!
    bel racconto

    Manni

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