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Published on maggio 14th, 2020 | by Perri

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La portinaia innamorata e il divano smesso: amore a sorpresa nell’ultimo racconto della quarantena

Angela lo vedeva passare tutti i giorni. Ma solo quando usciva di casa, al mattino. Alla sera lui rientrava quando la portineria era già chiusa. Si era messa, qualche volta, dietro il vetro scuro che proteggeva l’appartamento di servizio, e da cui si poteva osservare l’androne, per dargli un’occhiata mentre rincasava. Aveva pensato di uscire e farsi trovare casualmente (sì “casualmente”) di fronte a lui e dire due parole. Anche perché lui, al mattino, usciva sempre con i bambini. Ne aveva due, un maschio di otto anni, Sergio (un nome orribile, almeno per i suoi gusti, ma aveva scoperto che l’aveva imposto la moglie, insieme con molte altre cose) e una bambina di sei, Lucia. Percorrevano il tragitto dall’ascensore all’uscita in fila indiana: prima lui, poi il maschietto infine la femminuccia. Lucia, che le passava sempre davanti con un delfino azzurro in mano (non lo mollava mai) era l’unica del terzetto a salutarla.

“Ciao” e le faceva un sorriso.

Lei ricambiava con un gesto della mano.

“Ciao Lucia”.

Gli altri due, neanche si curavano della sua esistenza. Mentre Lucia si attardava a salutarla, erano già spariti oltre la porta da cui si accedeva alle scale per le cantine e il garage. Dopo, ripensava sempre che la prima volta che avevano fatto l’amore era stato proprio in garage, su quel divano bellissimo, ma che, per fortuna, alla moglie non piaceva. Era praticamente nuovo e costoso, ma un paio di giorni dopo che l’avevano acquistato lei l’aveva buttato via. Era rimasto in garage per mesi, dietro la loro auto, coperto da una cerata, in attesa di sistemazione. Meno male.

Ma questo accadde dopo.

Dunque Angela si metteva di vedetta anche la sera, certi giorni. Pensava di saltare fuori in jeans e maglietta, magari lui l’avrebbe presa per un’altra e avrebbero cominciato a parlare. Perché Angela, durante il suo servizio da portiera (portinaia era diventato un vocabolo politicamente scorretto, come spazzino e tanti altri, ma a lei piaceva di più di portiera) stava sempre in divisa.

“La divisa, guarda Angela, se ne potrebbe fare anche a meno – le aveva detto l’amministratore del condominio, un brav’uomo, quando era andata a firmare le ultime carte e a prendere le consegne – ma alcuni inquilini la pretendono, specialmente la signora Lanfranchi”.

Lei, ancora lei, la moglie.

Sebbene fosse una donna impossibile, sebbene trattasse tutti come servi, sebbene fosse maleducata come solo chi ha sempre avuto tutto nella vita e non ha mai dovuto chiedere “per favore”, sebbene, soprattutto, fosse sua moglie, Angela non la odiava. Angela non riusciva a odiare. La signora Lanfranchi era ricca di suo, non solo per i soldi, tanti, che portava a casa il marito con il suo lavoro, da importante dirigente della filiale italiana di una merchant bank inglese. Lui accompagnava i bambini a scuola, lei mai. Al ritorno ci pensava la babysitter, anzi la tata. Lui usciva con loro, al sabato. Andavano al parco, al cinema, allo zoo (anzi bioparco, pure zoo è scorretto) a fare passeggiate. Angela non l’aveva mai vista con i bambini. Lei si alzava tardi e passava il suo tempo a spendere, a spandere e a tormentare il prossimo. La vedeva solo con grandi sacchetti su cui spiccavano i nomi di tutte le più importanti griffe della moda, di ritorno dallo shopping. Angela era l’unica del condominio che non parlasse e non pensasse male di lei. Al contrario, quella donna la incuriosiva, sembrava uscita da un film o da un romanzo, non pensava che in natura potessero esistere donne così. Le sembrava un personaggio cinematografico. Non riusciva a pensare male di lei. 

Angela si era messa la divisa. Giacca e pantaloni blu. Camicia azzurra.

“Con la cravatta?” aveva chiesto all’amministratore. Non era ironia. Angela era una perfezionista

“Non esageriamo” aveva detto lui accarezzandole la testa. La conosceva da quando aveva sei anni, cioè da quindici, ed era arrivata lì con suo padre e sua madre. Sua madre non c’era più. E ora non c’era più neanche suo padre. O meglio, c’era ancora, anche se, di fatto, non c’era più. Stava là, oltre il vetro oscurato, a vedere la gente che passava. Stava là con il corpo contorto da una paresi e la voce stridula che la rimproverava in continuazione. Erano sei mesi che era accaduto. Si era accasciato proprio lì, in portineria, senza un lamento. Ictus. Lo avevano strappato alla morte in ospedale, ma avevano regalato a lui un’esistenza dolorosa e ad Angela la cancellazione della sua. Angela per suo padre aveva rinunciato a tutto. Prendere il suo posto, restare a pochi metri da lui, era l’unico modo di assisterlo. In ospedale le avevano detto che un clinica specialistica avrebbe potuto curarlo meglio, offrendogli una concreta possibilità di miglioramento. “Lo diciamo per lui, prima che per lei – le avevano spiegato – avrebbe un’assistenza che lei non potrà mai dargli”. Ma i soldi? Era finita lì. 

Angela studiava economia con una borsa di studio alla Bocconi. Era brava, ma aveva dovuto mollare tutto e prendere il posto di suo padre in portineria. I professori erano quasi più avviliti di lei, il giorno che aveva dato loro la notizia.

Non aveva più nulla.

Solo una divisa, un padre incattivito con un corpo da lavare e nutrire e quell’uomo che le passava davanti tutte le mattine per portare i figli a scuola. L’uomo che rappresentava la porta di un sogno impossibile. Angela pensava amaramente che, con la sua vita da portinaia, con la sua vita costretta in quei pochi metri, era l’unico uomo di cui si potesse innamorare. E così era stato. Che storia ridicola.

Voleva fermarlo, ma sapeva che non ne avrebbe avuto il coraggio. Sarebbe rimasta imprigionata lì, dietro quel tavolo. Nella sua divisa blu.

Invece, un giorno, dietro al suo tavolo, venne a rifugiarsi la piccola Lucia. Piangeva, ma piano, e si era infilata praticamente tra le gambe di Angela. Era una giornata d’inverno milanese, grigia, fredda e apparentemente senza sbocchi esistenziali. Per il clima e per gli uomini che lo subivano. Lui e l’altro bambino entrarono nell’androne dalla loro scala, la “A”, ci mancherebbe. Erano scesi a piedi, quel giorno. Che novità.

L’uomo chiamò: “Lucia!”.

La bambina, da dietro la scrivania si portò un dito alla bocca, invitandola a non svelare il nascondiglio. Lei non disse niente, ma la tradì un’occhiata di troppo. Lui puntò dritto verso di loro, aggirò il tavolo e vide sua figlia rannicchiata accanto alle gambe di Angela.

“Dai tesoro, la mamma non voleva farti male. Uno schiaffo, cosa vuoi che sia?”.

“Ma non è giusto, io non ho rovesciato la marmellata”.

La bambina difendeva le sue ragioni. Angela si manteneva neutrale, ma le strizzò l’occhio.

“Glielo dica anche lei, per favore, dobbiamo andare a scuola” le disse a quel punto l’uomo. Era la prima volta che le rivolgeva la parola. E mentre lei accarezzava la testa della bambina e le spiegava che doveva per forza togliersi di lì, si sentiva per la prima volta bene, da tempo. Ma non era preparata a quello che successe dopo.

Financial statement analysis: Accounting ratios and industry ratios comparisons”. 

Con un inglese dalla pronuncia perfetta l’uomo aveva letto il titolo del libro che lei teneva sul piccolo mobiletto sotto il tavolo e che ogni tanto leggeva, in ricordo di una vita che non sarebbe mai più stata sua.

“Di chi è questo libro?” le chiese.

“E’ mio”.

Lui la guardò con curiosità.

“E’ un libro di studi avanzati sui ratei societari. In inglese tecnico”.

“Confermo”.

“E lei lo legge?”

“No, guardo le figure”.

Poi, in seguito, lui le disse che fu quella risposta a farlo crollare. Fu lì che s’innamorò. Anche se non se n’era ancora accorto.

Lei lì per lì, invece, ci rimase male, ma non tanto per la sfiducia di lui, piuttosto per il sarcasmo che gli aveva rovesciato addosso, per la sua stupidaggine. Credette di aver sprecato quell’unica occasione di instaurare un rapporto con lui. “Che idiota che sono” si disse.

Ma lui non fece una piega. Prese per mano Lucia e se ne andò.

Quella sera stessa, lui aveva bussato alla porta del loro piccolo appartamento. In mano aveva un pacchetto.

“Volevo farmi perdonare per la mia scortesia di oggi. Non era mia intenzione offenderla”.

“Guardi, non c’è problema”.

“No, ci tengo”.

Dentro il pacchetto c’era un libro e l’autore era lui. Paride Lanfranchi. Lei lo aveva sempre definito “lui” nei suoi pensieri, anche perché Paride, come nome, era pure peggio di Sergio, anche se non l’aveva scelto la moglie, nel suo caso. 

“Non è come il libro in inglese, ma se le interessa l’argomento…”

Una settimana dopo erano amanti. Lui, per i primi sei giorni si fermò a parlare con lei di società per azioni, mutui a tasso fisso, euro bond, compartecipazioni azionarie. Lasciava i bambini a correre per l’atrio per cinque minuti (loro erano felicissimi di quel limbo tra casa e scuola) e parlava con lei. Spesso anticipò il suo ritorno per incontrarla. Poi, come se fosse naturale, si trovarono a far l’amore. Il settimo giorno lui la portò di sotto, sul divano. Fu bellissimo, almeno questo gli disse Angela. E aggiunse che anche il divano le piaceva moltissimo.

“Grazie, l’ho scelto io”.

E poi pensò che almeno qualcosa di giusto c’era nella vita, che Dio esisteva. Poi si pentì di quel pensiero, troppo egoistico.

Andarono avanti così per cinque mesi. Sul divano, nello studio di lui, la notte, quando suo padre andava a dormire, in un grande albergo di Bologna dove lei l’aveva raggiunto riuscendo a piazzare, per il weekend, suo padre con sua cugina. Angela non aveva pretese, non gli aveva mai chiesto del loro futuro, non parlava mai di sua moglie. Non le interessava nulla. Vivere il presente, farlo durare il più a lungo possibile. Non si sentiva “l’amante” o “l’altra”.  Ma solo una donna che aveva una sola via d’uscita: lui. E respirava quella storia trattenendo il fiato, perché pensava che prima o poi avrebbe finito l’aria.

Si sbagliava, però.

Sulle soglie della primavera lui una sera si presentò prima del previsto, lei era ancora al suo posto con la sua divisa, e le consegnò una scatolina avvolta in una carta lussuosa e con un fiocco rosso.

“E’ un regalo”.

Imbarazzata, paonazza, con lo sguardo che vagava per l’atrio, verso le scale e gli ascensori e nel giardino, temendo l’irruzione di qualche condomino, Angela afferrò il pacchetto e lo posò sul tavolo.

Solo in quel momento alzò lo sguardo su di lui. Sorrideva, tranquillo, felice, come se fossero su una spiaggia esclusiva dei Caraibi. Loro due soli e nessun altro. Invece erano nell’androne di un condominio milanese nell’ora di maggior traffico. Ma che aveva?

“Non la apri?”.

Lei strappò in fretta e in malo modo la carta e il nastro che avvolgevano la scatola e rovesciò il contenuto sul tavolo. 

Conteneva una chiave. Lei pensò che avesse preso un appartamento. E in fondo non si sbagliava. Ma la  destinazione d’uso era diversa e non l’avrebbe mai immaginata.

“Ci andiamo a vivere insieme” le disse lui.

Lei per un attimo, barcollò poi cominciò a obiettare “ma tua moglie, mio padre, la gente, i bambini?”. Si sarebbe presa a schiaffi perché quasi balbettava. 

Lui scosse la testa. “Dobbiamo rendere conto solo alla nostra felicità. Il resto è burocrazia. Avvocati per il divorzio da mia moglie, documenti per il ricovero di tuo padre in una clinica specializzata. Tutte queste cose si risolvono, fortunatamente, avendo i soldi. E’ più difficile decidere. Ma io ti dico questo: non si può mettere una divisa alla vita. Io me la sono tolta, grazie a te, fai lo stesso, fallo ora”.

“Perché?”

“Perché andiamo adesso a vivere insieme”.

“Adesso?” domandò lei sconvolta, eccitata, atterrita, commossa.

“Adesso – le disse lui prendendola per mano – sta per arrivare un’infermiera per tuo padre. Angela, c’è una vita, qua fuori, per noi. Sarà difficile, doloroso, procederemo in mezzo ai rimorsi, ma dobbiamo andare. Ora. Ah, nel palazzo non c’è neanche la portineria. L’ho scelto apposta”.

Angela aveva ancora mille obiezioni, ma lui le chiuse la bocca con un bacio.

Lei mollò il blazer blu sul tavolo e corse fuori, dietro a lui. Vicino alla sua auto si fermò a guardarlo. 

Gli disse: “Promettimi solo che metterai in questa nuova casa il divano che è giù in garage”.

Lui le sorrise: “E’ già là”.

* Racconto inedito di Roberto Perrone, tutti i diritti riservati, vietata la riproduzione 

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