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Published on luglio 8th, 2020 | by Perri

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Liguria in coda, tra cantieri e deviazioni: la mia Odissea raccontata su il Giornale

Due amici si incontrano nel centro di Genova. “Hai saputo: a breve riapre il ponte sul Polcevera”. “Bene. Così la coda della A10 si potrà unire con quella della A12”. Il vecchio cinismo zeneise è un pur sempre un segno di vitalità, ma la Liguria è una regione isolata, raggiungerla, non solo nel weekend, è un dramma. Il presidente Toti è preoccupato per il turismo. Con i viaggi all’estero ridotti, la Liguria è diventata di nuovo la meta prediletta per lombardi e piemontesi. Ma il traffico in tilt e gli ostacoli paiono una sorta di nemesi. Se circolate in rete, trovate decine di meme esilaranti sull’accoglienza Liguria-style: per anni “i milanesi”, com’erano identificati tutti i forestieri, sono stati accolti con sussiego come se fosse un favore farli pagare per una camera, un pranzo, un gelato. La crisi del Covid ha cambiato anche il carattere: mai visti i miei corregionali così accoglienti. Il paradosso è che rischiano di pagare per quello che non sono più. Perché scappa la voglia di partire. 

Questo è il diario di un viaggio da Milano a Recco, in due puntate. La prima. Parto venerdì alle 14. Fino al bivio per la A26 (l’autostrada del Ponente), si va. Poi cominciano i lavori, i restringimenti, i salti di carreggiata, i rallentamenti. A Bolzaneto siamo in coda e lo svincolo per la A12 è un muro di auto. Decido di prendere per il mare. Questa è la mia “gronda” (aspettando quella che per i grillini era ed è inutile) personale: Genova Ovest, Sopraelevata, Corso Italia, Nervi e via. Alla Foce, quella dove secondo il nostro inno nazionale (Ma se che pensu) “franse u ma”, scopro che l’ottimo sindaco Bucci ha creato la pista ciclabile più larga d’Europa, restringendo corso Italia da due a una corsia. Scopro pure la mia idea non ha il copyright. Coda. Sarà solo fino all’uscita da Genova. Speranza vana. Sull’Aurelia è peggio. Dopo Sori scopro l’arcano: c’è un senso unico alternato per lavori. Non sia mai che le autostrade abbiano il copyright dei cantieri. Arrivo stabilendo il primato per i miei viaggi Milano-Recco. Dal 1981 non ci ho mai messo così tanto: quattro ore e venti minuti.

Decido di non tornare più per un weekend ma solo per quando verrò per stare un mese, come ogni anno. Tre giorni fa una faccenda burocratica mi costringe a ripetere il viaggio. Stavolta vi frego. Ho un impegno alla sera. Partirò dopo. Mi muovo all’una e quaranta. Solo qualche raro Tir. Verso Tortona avvisano che la A26 è chiusa, ma non mi riguarda. Dopo il bivio, i display, con un italiano precario, avvisano che da Genova Est la A12 è chiusa per lavori. Di giorno coda, di notte chiusa. Mi ritrovo di nuovo ad attraversare la città, ma sono le tre e non c’è nessuno. Per spregio vorrei fare tutto corso Italia sulla ciclabile, ma mi comporto bene. Arrivo alle 4. Quasi regolare. A parte l’ora.

Basta. La prossima vado in treno. Trilla il cellulare. Un’amica è ferma da mezzora in Centrale. Anche il treno non ha l’esclusiva. Aperta parentesi: bisognerebbe parlare dei collegamenti ferroviari Milano-Genova fermi al Regno di Sardegna. Chiusa parentesi. L’amica mi racconta: “Volevo prendere un Intercity: tutti prenotati. Tento con un regionale. Arrivo con mezzora d’anticipo. Il treno riempie all’inverosimile. Seduti e in piedi. I controllori cercano di far scendere il popolo, vedo dal finestrino, dei poliziotti. Dopo settanta minuti partiamo. C’è gente ancora in piedi. A Rogoredo altro assalto con i controllori in marcatura”. A Genova la mia amica cambia e scopre che in Liguria i treni sono stracolmi, la gente è ammassata ma nessuno dice nulla. E’ il federalismo, bellezza. “Trenitalia mi ha dato una bottiglietta d’acqua, però”. Meglio di niente. “La prossima volta vado in auto” mi dice. Non ne usciremo mai.

ARTICOLO APPARSO SU IL GIORNALE IL 5 LUGLIO 2020

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