Friends CORSOGRIFO2

Published on giugno 20th, 2020 | by Perri

0

Mario Corso, il mio grande idolo mancino che ha ispirato Banana Football Club

Mario Corso è stato uno degli eroi calcistici (e non solo) della mia giovinezza. Calzettoni abbassati, tocco felpato, genio, un soffio leggero di sregolatezza. Nei racconti dei vecchi giornalisti veniva descritto come un impenitente playboy che spesso evadeva dalla Pinetina di Appiano Gentile, sfuggendo alle ronde di Helenio Herrera, per le sue avventure galanti. Cocco di Angelo Moratti, veniva protetto dalle ire del Mago dal presidente che una volta gli regalò addirittura un “Pagodino”, come veniva chiamata la Mercedes SL W113, sogno proibito dell’Italia del boom economico calante. Forse non è vero, ma quando la leggenda incontra la realtà, vince la leggenda. Nel West e nel calcio. Era uno spadaccino, il calcio affilato come la sua voce. Io lo paragono a John McEnroe. Al mio primo Roland Garros, many years ago, conobbi Cino Marchese il vulcanico manager di Valenza scomparso un anno fa. Leggeva il Corriere ogni giorno, legammo subito. Mi chiese: “Andiamo a vedere Mac, è l’ultimo match sul centrale”. La carriera del grande ratto era già in fase calante e l’avevano sistemato in coda al programma, all’imbrunire di una giornata d’inizio estate a Parigi. Io ero in uno di quei rari giorni felici, stavo nella città che ho sempre amato, il cielo diventava blu e avevo solo l’imbarazzo della scelta per la cena. Guardavo la partita distrattamente. A un certo punto Cino fa: “Dimmi cosa senti quando Mac colpisce la palla”. Mi concentrai ed ero un po’ imbarazzato a dare la risposta. “Niente”. “Esatto, quando Mac colpisce non si sente niente, nessuno ha il suo tocco”. Subito, in quella sera parigina, mi è tornato in mente Mariolino. Anche lui, quando colpiva il pallone era come se lo accarezzasse. Gli restavo incollato. Quando era all’Inter e soprattutto in quell’estate meravigliosa in cui il Grifo tornò in serie A dopo una lunga peregrinazione tra B e pure C (la prima volta, dolore) scatenando grandi entusiasmi.

Corso al Genoa”. Ho conservato la pagina del Secolo XIX per molti anni, poi l’ho persa. Il grande “rinforzo” accese la passione. Si trovò di fronte il suo vecchio avversario dei tempi del derby Inter-Milan, Giovanni Lodetti, approdato qualche anno prima alla Samp. Noi ci leggemmo una distanza enorme, culturale, tutta a nostro vantaggio, un poeta contro un ragioniere. Mariolino, infatti, era l’archetipo degli anomali, il primo dei grandi “atipici” con cui gli allenatori fanno i conti e fanno, soprattutto, fatica a trovare un posto dove metterli. Di Corso amavo anche il posto da dove veniva, San Michele Extra, un tempo frazione, ora quartiere di Verona. In quell’extra c’era un segno del destino. Nato nel 1941, rimase all’Inter dal 1957 al 1973 prima di trasferirsi al Genoa. In nerazzurro visse l’epopea della cosiddetta Grande Inter: 509 presenze, 94 reti, 4 scudetti, 2 Coppe dei Campioni e 2 Intercontinentali, quando la sfida Europa-Sudamerica era una vera finale, sanguigna e sanguinosa (non è metafora). In Nazionale non ebbe fortuna. Nei periodi troppo brevi dedicati all’azzurro, metabolizzare la sua presenza e pure il suo carattere non facile, era un lavoro troppo pesante per i c.t. che preferivano evitare: mai convocato per un Europeo e un Mondiale. Fabio Capello ha detto: “Aveva le mani al posto dei piedi”, per la sua capacità di domare il pallone e mandarlo dove voleva.

Tornando in quella meravigliosa estate del 1973, noi giovani tifosi rossoblu sognammo con Corso uno dei tanti riscatti mai arrivati. Ma una squadra destinata a cimentarsi con lo sporco lavoro di non retrocedere, più che di un poeta, aveva bisogno di un ragioniere. Di uno, appunto, come “Basletta” Lodetti che, infatti, fece una grande stagione con la Doria e nel derby di andata ci asfaltò. Corso avrebbe avuto bisogno di una squadra meno invischiata con la bassa classifica. Concluse la sua storia agonistica con la maglia del Genoa, a causa di un brutto infortunio. Lo incontravo spesso a Rapallo, a quei tempi. L’ho ritrovato nel 1985 quando Ernesto Pellegrini gli affidò la panchina dell’Inter. Non ebbe fortuna, era una squadra che andava rifondata (infatti al termine di un campionato mediocre arrivò Giovanni Trapattoni), non c’era un bel clima. Mi ricordo uno scontro con Collovati, ad esempio, che rifiutò la panchina e finì in tribuna, in un Pisa-Inter di inizio 1986. La sua carriera di allenatore non fiorì mai. L’ho rivisto in vari momenti, l’ultimo alla festa di Ernesto Pellegrini qualche anno fa, nel palazzo della sua azienda, alle porte di Milano. Quel giorno l’ex presidente presentava il libro illustrato della sua vita, una sorta di autobiografia. C’erano tanti campioni, c’era anche lui.

Infine, last but not least, Mario Corso è diventato la special guest star del mio libro per ragazzi “Banana Football Club”. Il co-protagonista, Nino, è soprannominato “foglia morta” perché tira le punizioni come Mariolino, ha i calzettoni abbassati come lui e, strano per un ragazzino del terzo millennio, tiene il suo poster in bianco e nero, sgranato, in camera.  Il titolo doveva essere “Foglia morta e la sua squadra”, poi è cambiato in fase di editing. Lo dedico ancora una volta a Mario “foglia morta” Corso, un grande campione, felice di aver visto, nel lontano 1973, una di quelle traiettorie singolari gonfiare la rete al vecchio Ferraris. Buon viaggio.

PerroneBANANApiatto[4][5]

Tags: , , ,


About the Author



Lascia una risposta

Back to Top ↑