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Published on aprile 14th, 2016 | by Perri

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Milan, agire prima sulla società poi sulla panchina

di Michele Neri 

Un amore mai sbocciato, un amore già finito. Nel cuore dei tifosi in realtà, Sinisa Mihajlovic era entrato almeno in parte, ma non aveva fatto passi avanti in quello del presidente Berlusconi. Proprio questo ha portato ad un inevitabile interruzione dei rapporti tra Milan e il tecnico serbo, addirittura anticipata, che lascia con l’amaro in bocca chi aveva finalmente intravisto l’inizio di un percorso.

Il terzo posto non l’avrebbe raggiunto, è vero, ma chi pensava realmente di poter portare affrontare l’Europa che conta solo con undici titolari (forse meno) e  senza una riserva all’altezza? Nemmeno, io credo, chi ai microfoni in estate fissava questo obiettivo (con grande faccia tosta). È mancata ancora una volta umiltà ai piani alti forse, ma chi dovrebbe assumersi la maggioranza delle responsabilità, le scarica, come sempre, sull’allenatore. Un grande classico, ma almeno in questo caso Mihajlovic aveva provato a dare senso a una squadra scarsa.

Umiltà ma anche gratitudine, nei confronti di chi aveva lanciato Donnarumma, valorizzato Alex, Honda, Niang per citarne alcuni, e raggiunto una finale di coppa Italia che mancava da 13 anni. Sì, ha avuto avversari semplici sulla carta, però ha saputo approfittarne. Non bisogna dimenticare, infatti, le tante eliminazioni del passato, spesso contro avversari minori.

Quel che però probabilmente più ha inciso non è stata la mancanza immediata di risultati, bensì lo stile di gioco. Poco spettacolare, molto (troppo?) pratico. Lontano anni luce dall’ideale di Sacchi, il principale consigliere del Re. Qualcosa tuttavia non si spiega. Di Mihajlovic si conoscevano le idee (è un simil Simeone, non cerca di dare spettacolo ma di impedire agli altri di farlo), perché allora è stato ingaggiato? Chi ha puntato su di lui, cosa si aspettava? Che lui cambiasse per tenersi la panca? Oltre allo stile del tecnico non si conosceva il carattere dell’uomo. L’errore è stato scegliere una persona che non si conosceva veramente o non si apprezzava completamente. L’ennesima dimostrazione che in cima a tutti i problemi c’è un presidente che ha perso il “tocco magico”, una società sempre meno organizzata, divisa in una improbabile diarchia tra Barbara e Galliani.

Così, rieccoci al cambio di allenatore. Allegri, Seedorf, Inzaghi, Sinisa e adesso Brocchi. L’ex 32 del centrocampo rossonero vede il “bel calcio” prima di tutto, come il Cavaliere. Ma sarà pronto? E, soprattutto, avrà gli uomini adatti a supportare le sue idee? La scelta di metterlo in panchina anzitempo, è chiara. Sarebbe arrivato per la stagione 2016-2017 ma il rischio di realizzare un’altra annata fallimentare e di ripetere ciò che era successo con Pippo Inzaghi, era molto alto. Così, lo si vuole testare per qualche match per poi prendere una decisione per il futuro. (Tralasciamo il fatto che nemmeno con Pep Guardiola basterebbero sette partite con una squadra plasmata da un altro tecnico, per avere un test probante).

Questa decisione, agli occhi di tifosi stanchi, è sembrata l’ennesima scelta al ribasso, l’ennesima operazione di chirurgia estetica e non l’avvio di un progetto. Per questo, servono soldi. Il Milan,  a quanto pare, non ne ha più o non ne vuole spendere. Per mantenersi tra le grandi d’Europa come nel ventennio 1988-2007 occorre ripartire quasi da zero. Ma i soldi, comunque, da soli non bastano. Un buon lavoro può essere fatto anche senza buttare enormi cifre. Ma bisogna essere bravi. Per questo il primo cambiamento deve avvenire non in panchina ma in società. E Berlusconi dovrebbe dire chiaramente qual è la situazione, annunciare un programma certo, dire che non spenderà più un euro e che la società si dovrà auto-finanziare oppure il contrario, stabilire i criteri, dettare la linea. Ma alla società, non alla panchina. Nella cena con Brocchi si è parlato di calcio, narrano le gazzette. Un errore clamoroso. Al Milan, oggi, bisogna parlare prima di tutt’altro. 

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