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Published on novembre 23rd, 2016 | by Perri

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Pellegrini, storia di una vita tra successo e generosità

Cinquantuno anni di impresa, 76 di vita, il prossimo 14 dicembre. L’Italia della Guerra, quella del Boom, dei sacrifici, quella che non si accontentava del diploma di ragioniere e del posto fisso, ma pensava in grande, quella del Gran Milan della grande impresa spesso costruita partendo dal basso. Più che un’auto-celebrazione la storia di un’esistenza e delle sue priorità (difficili da stabilire), la famiglia, l’azienda, la Fede e l’Inter, naturalmente, di cui è stato presidente dal 1984, ricevendola da Ivanoe Fraizzoli al 1995, quando l’ha ceduta a Massimo Moratti: “Una vita, un’impresa. Grazie all’Inter ho trovato il vero senso della fede” (Mondadori), un libro con foto, storie e anche qualche rivelazione inedita. Ernesto Pellegrini non è nato in una camera con vista sul salotto buono della borghesia milanese, ma ai margini della città,  dove, come canterebbe Adriano Celentano, una volta c’era l’erba, ma ora la metropoli se l’è mangiata. La sua campagna era quella di Morsenchio, Merezzate e Morsenchino, tre agglomerati di cascine ora inghiottiti da Rogoredo. I suoi genitori erano contadini e ortolani, orgogliosi di coltivare la terra, lui è cresciuto laggiù e non si è mai dimenticato delle sue origini e delle persone  incontrate sul suo cammino anche se ora guida un gruppo (che si occupa di ristorazione collettiva con 40 milioni di pasti annui e di altre cose) fondato con 150 mila lire avute in regalo nel 1965 e che ora ha 8.500 dipendenti. “Nel libro c’è scritto 8.000 è andato in stampa prima che assumessimo cinquecento persone”.

Un grande successo imprenditoriale, ma sempre accompagnato dalla semplicità dell’uomo che non si è mai sentito un “cumenda”, quelli un po’ sboroni di film e spettacoli, ma un uomo impegnato a restituire sempre qualcosa di quello che ricevuto.  Nel 2013 ha fondato la Ernesto Pellegrini Onlus e il  29 settembre 2014 ha aperto il ristorante Ruben, in via Gonin 52. Porta il nome del vecchio amico, già lavorante nella cascina di famiglia, che viveva nella stalla su un letto di paglia, con tre chiodi per il suo scarso guardaroba. Un uomo particolare, che leggeva libri di storia ed era ilare e pacifico. Quando i campi vennero espropriati Ruben si ritrovò a vivere da solo in una baracca non riscaldata. Ernesto Pellegrini si era sempre ripromesso di aiutarlo, ma prima di poterlo fare lesse della sua morte su un giornale. “Barbone muore assiderato”. “Ma lui non era un barbone, solo una persona schiacciata dalla vita”. Così, finalmente, l’ha onorato tramandandone nome e storia nel ristorante dove si pranza con un euro, cifra simbolica che separa, però, l’acquisto dall’elemosina.

Ernesto Pellegrini l’ho conosciuto ai tempi dell’Inter e abbiamo provato subito una simpatia reciproca anche perché riconoscevo in lui quella generosità tutta milanese, tutta lombarda, quella semplicità mai arrogante di chi ha fatto i soldi ma non è di questi che va fiero. Ne ha parlato Ferruccio De Bortoli alla presentazione (con Gian Arturo Ferrari) del libro nel palazzo della Pellegrini al Lorenteggio, in una giornata grigia di pioggia ma rischiarata dal bagliore di vecchi amici ritrovati, molti giocatori della sua Inter, da Bergomi a Baresi, da Collovati a Ferri, da Mandorlini a Alessandro Bianchi, da Brehme a Manicone. E poi giornalisti della vecchia guardia, tanti amici, tra cui Gianfelice Facchetti, e la sua famiglia, punto centrale della sua vita, la moglie Ivana, la figlia Valentina, il genero Alessandro. Pellegrini racconta, nel suo libro, che ha cominciato a scrivere dal 2013, rigorosamente nei weekend, che è stata l’Inter a fargli capire la fede in Dio. Certo, veniva da una famiglia cattolica, ricorda i pellegrinaggi a Caravaggio, ma furono “le pressioni, le passioni e le responsabilità che assalgono il presidente di una grande squadra di calcio” ad avvicinarlo nuovamente alla fede. “Ogni domenica la tensione sale alle stelle e si avverte la necessità di “raccomandarsi alla Madonna””.

Le vie del Signore sono infinite e un voto, quello per lo scudetto dei record del 1989, lo portò in bicicletta verso il Santuario di Caravaggio, quello dove andava bambino con i genitori, e alla ripresa di una vita di fede, con viaggi a Lourdes (22) e in Terrasanta. L’Inter occupa gran parte del libro, dalla gioia per la lettera di Fraizzoli che lo designava suo erede agli ultimi tempi travagliati in cui non nasconde la delusione per le critiche di stampa e tifoseria, immemori di quello che viene ricordato da Mario Sconcerti, citato a pagina 260: “E’ stato uno dei migliori e più sfortunati presidenti dell’Inter. Ha speso in proporzione quanto Moratti, ha acquistato giocatori importantissimi che non lo hanno ripagato con prestazioni all’altezza, ha finito col vincere uno scudetto, due Coppe Uefa e una Supercoppa, tesori piccoli per la sua passione e i suoi investimenti”.

E’ vero, poteva vincere di più con il calcio, l’ha fatto nella vita, ma quella che Gianni Brera chiamava la Beneamata gli è rimasta lì, conficcata nel cuore. Confessa proprio davanti a Fausto Leali, “Inter, mi manchi”. Però non gli manca il lavoro. “Mi chiedono: la Pellegrini è in vendita? Sì, a mia figlia ma tra vent’anni”. Un’azienda tutta italiana di cui il ragionier cavalier Ernesto detiene il 98 per cento e il resto ce l’hanno moglie e figlia. Una storia tutta italiana, tutta milanese d’una volta, per passione, successo e generosità.

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