Calcio & Sport cineserie

Published on gennaio 10th, 2017 | by Perri

0

Perché la Cina non vincerà (almeno a pallone), lo spiego sulla Gazzetta di Parma

Il 2017 del campionato di serie A si è avviato senza sorprese: tutte le squadre della parte sinistra della classifica, con più o meno difficoltà, hanno vinto. Gennaio è solo apparentemente un mese tranquillo. Innanzitutto c’è la Coppa Italia, destinata ormai solo a questi climi freddi. Poi, grande protagonista è la sessione invernale del calcio mercato e, occupandoci di questo, è inevitabile una riflessione sull’attacco cinese al calcio europeo. Ultima “vittima” illustre è Axel Witsel, centrocampista belga con bella zazzera e buona presenza tattico/tecnica. A fine agosto era già a Torino, pronto per l’avventura con la Juventus, in attesa che Lucescu, allenatore dello Zenit, la finisse con i capricci. A gennaio ha preso la direzione opposta, trasferendosi con la famiglia al Tianjin Quanjian. Subissato di critiche (irrilevanti) si è sentito in dovere di difendersi, scivolando nel grottesco: “Per me sarà una nuova esperienza di vita, diventerò più saggio. I miei figli potranno dire di aver vissuto in Paesi come Cina e in Russia”. Ah, non sono i 18 milioni l’anno. Il bello del calcio risiede nella ripetitività. Nel 1982, forte dell’essere Pablito, Paolo Rossi, che con Gentile e Tardelli aveva rifiutato il rinnovo in bianco proposto dal presidente Juve Boniperti, secondo consuetudine bianconera, a chi lo criticava rispose: “Mi sta nascendo un figlio”. Teniamo famiglia è il motto della Repubblica e con le cifre proposte dai cinesi si sistema un bel numero di generazioni. Carlitos Tevez soffriva di nostalgia per la Boca e i suoi profumi, ma ora sta a Shanghai seduto su un forziere con 38 milioni l’anno. Il nostro Pellè ne prende 16 e, per i cinesi, il lordo non esiste. Tutto netto. A Cristiano Ronaldo pare che ne abbiano offerti 100.

Da un lato stanno saccheggiando i campionati europei, dall’altro cercano di entrarvi. Hanno acquisito l’Inter, ci provano con il Milan (ma Berlusconi fuori dai giochi lo vogliamo vedere). Credo che questa seconda strada consenta di contare di più nel mondo del calcio internazionale. Imbottire di nomi la Super League non servirà ai cinesi per attirare interesse. La grandezza di un campionato la fanno i club e i loro tifosi, prima dei campioni che vi militano. Quando il campionato cinese riuscirà a catturare l’interesse mondiale della Premier League, della Liga, della Bundesliga e della, ancorché decadente, serie A? Mai. Ci sono elementi, situazioni, tradizioni che è impossibile esportare. A parte che il governo centrale sta cominciando a mettere dei limiti a queste spese fuori mercato, la Cina è ancora molto lontana dal cuore del calcio che resta ancorato alla vecchia Europa e, in parte, al Sudamerica. Esistono ancora un fascino, un traino, un senso delle aspettative nel football e tutto questo va ben al di là di questa pioggia di denaro. Uno, due, tre campionati vinti con il Guangzhou Evergrade, ma anche con il Seattle, che cosa aggiungono alla carriera di un giocatore? Questo fa ancora la differenza. In questo caso è proprio vero quello che dicono i tifosi: i giocatori passano, il club resta. Potranno spogliare i club più importanti dei loro campioni, ma non della loro storia, dei loro stadi e, soprattutto, dei loro tifosi con i loro riti e la loro affezione. Tutto questo non ha prezzo. Meglio acquistare la società, in blocco, quindi. E venire a divertirsi in Europa. Nel 1996, l’inno dell’Europeo inglese cantava “Football coming home”. La casa del calcio è qui. Il resto, anche con qualche lustrino dorato, è merce taroccata.

Tags: , , ,


About the Author



Lascia una risposta

Back to Top ↑