Friends DSC_1994

Published on luglio 23rd, 2019 | by Perri

0

Pilade Del Buono, campione di un giornalismo che possiamo solo rimpiangere

Era una persona speciale, Pilade Del Buono. Se n’è andato la notte tra domenica e lunedì, a Milano. Aveva 88 anni, lascia la moglie Anna e la figlia Alessandra. Era un grande giornalista, uno di quelli con le mani nella carta e nel piombo, uno di quelli descritti dagli splendidi versi di Ernesto Regazzoni

È finita. Il giornale è stampato,

la rotativa s’affretta,                                     

me ne vado col bavero alzato,

dietro il fumo della sigaretta.

Non so neanche se fumasse, comunque. Mi sembra di no. Come tutti i grandi giornalisti si era formato con lo sport,  negli anni ’50. L’agenzia Sportinformazione, fucina di tanti fenomeni tra cui Beppe Viola, poi Sport Giallo, per approdare, infine, chiamato da Gianni Brera, alla storica redazione sportiva del Giorno, il 21 aprile del 1956. In teoria il capo era Brera, ma nella pratica la redazione la guidava lui, splendido uomo macchina. Ma Pilade non era solo un “culo di pietra”, era anche bravo a scrivere, appassionato di sport a 360 gradi, con una predilezione per il pugilato. Nato al Poggio, nel comune di Marciana sull’isola d’Elba, figlio di Alessandro e Vincenzina Tesei, aveva un fratello, Oreste e una sorella Rosaluce. Il nonno era Teseo Tesei, eroe dei mezzi d’assalto della Marina, medaglia d’oro al valor militare alla memoria morto in un’azione contro il porto di Malta. Il padre era un importante imprenditore minerario, purtroppo per la famiglia con le mani bucate. Così i Del Buono passarono a Roma e poi a Milano, dove Oreste e Pilade seguirono la stessa strada, quella del giornalismo. Oreste, più eclettico, svariò su diversi campi, dal fumetto al cinema, dalla satira alle traduzioni e divenne molto famoso. Fu un precursore, tra gli altri aspetti, della critica televisiva. Tanto che quando Pilade si presentava e diceva “Piacere Del Buono” tutti si accaloravano. E lui, stoico, replicava: “Mi dispiace. Non sono Oreste, sono Pilade”.

Io lo conobbi nell’estate del 1980, giovane “abusivo” (così venivano chiamati i giovani senza contratto, allora usava molto, si stava meglio quando si stava peggio) al Giornale di Indro Montanelli. Anche lì aveva avviato la redazione sportiva e le edizioni regionali. Il mio capo alla redazione Emilia-Romagna era Luciano Riccomini, altra grande persona e ottimo giornalista. Erano diventati amici all’Avvenire. Mi ricordo che mi condusse nell’ufficio di Pilade per le presentazioni di rito. Alle sue spalle, dietro la scrivania, vidi, incorniciata, la Terza Pagina con il primo articolo di Gianni Brera al Giornale – ce l’aveva portato lui – il cui titolo mi è rimasto impresso: “Quando Peppin Meazza era il folber”. In quella stanza, ammesso grazie alla sua grande semplicità, vidi la storica finale di Wimbledon 1981, in cui John McEnroe mise fine al regno di Bjorn Borg. 

Pilade era dotato di grande autoironia. Un giorno raccontò che, sull’isola d’Elba, raggiunse una piccola cappella che voleva visitare e, sul sagrato, incontrò un prete. Si misero a parlare e a un certo punto quello chiese: “Ma lei come si chiama?”. “Del Buono”. “Del Buono! Ma lei è…”. “No, guardi quello che pensa lei è mio fratello”. Il prete scosse il capo, deluso. “Che peccato, avevo sperato che fosse Pilade, il grande esperto di pugilato, la mia passione”. Un aneddoto formidabile. Avemmo rapporti solo per qualche anno, Pilade lasciò il Giornale prima di me. Non posso dire che fossimo amici, ma era una di quelle persone che nella vita ti colpiscono e ricordi sempre con grande affetto. Buon viaggio, Pilade. 

Maggiori dettagli nell’articolo di Mauro Castelli su economiaitaliana.it

 

pilade

Tags: , , ,


About the Author



Lascia una risposta

Back to Top ↑