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Published on aprile 6th, 2020 | by Perri

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Quando l’imprevisto scarto di vita che cerchi si nasconde dietro “La zanzariera verde”

                                  LA ZANZARIERA VERDE*

Non so come arrivai lì. Non conoscevo la zona. Non amavo le passeggiate e ancor meno i maniaci che le praticavano e, peggio ancora, le raccontavano. Forse cercavo quel luogo, anche senza saperlo. Lo cerchiamo tutti, in fondo, “il luogo”.

Ero ospite di un amico, insomma amico non proprio, che aveva acquistato un vecchio casale semi-diroccato e se l’era fatto ristrutturare da un architetto bisognoso di certificazioni. Il tizio, un ometto scheletrico di mezza età con un taglio di capelli alla Andy Warhol, se la tirava in lungo e in largo e si dilungava, a proposito, con la sua disinvoltura fasulla, spiegando quant’era brillante. Quella sera, con un bicchiere sempre vuoto in mano, per dimostrare che partecipava al party ma che manteneva il controllo, transitava da un gruppetto di persone all’altro cercando di intercettare la frase “che bella casa” per entrare in tackle come un robusto stopper e significare agli astanti che il progetto era suo avviando, per l’ennesima volta, la stessa auto-celebrazione. Io lo avevo beccato non una ma due volte. Insopportabile, ma non era l’unico quella sera. Però la casa non era male, effettivamente, anche se non mi sognai di diglielo come tutti gli altri, alcuni realmente convinti, altri falsi come una spia russa infiltrata nell’Intelligence Service.

In quella valle, che saliva dal mare all’Appennino, lontano dai centri più famosi della Riviera, l’invasione dei “cittadini” con la mania del rustico era stata lenta. Il posto era stato guardato inizialmente con sospetto. In effetti non c’era nulla – l’unico negozio con generi di conforto di prima necessità aveva alzato bandiera bianca – se non i monti, i boschi e una strada dove, da un certo punto in poi, si passava solo uno alla volta e se incrociavi il bus, per quanto non fosse enorme, eri costretto a difficoltose manovre. E poi tutti quelli che venivano dalle grandi metropoli, avevano (e hanno) il culto della casa al mare, con il mare a un passo. Anche se non avevano un euro e non se la sarebbero mai potuta permettere, per casa al mare intendevano pied dans l’eau.

A osservarlo con attenzione, a esplorarlo come stavo facendo io quella mattina, si scoprivano, però, tutte le virtù del posto. Molto verde, una vista che comprendeva uno scorcio di mare, laggiù in fondo, creste di monti con il folto della macchia mediterranea che risalivano fino all’orizzonte. E poi, soprattutto, anche ad agosto, poca gente in giro, il silenzio, il rumore di una lieve brezza, almeno d’estate, tra i rami degli alberi, se si escludevano i suoni della campagna, di uomini o bestie che fossero. Zero vita sociale. E quest’ultimo aspetto esaltava lo snobismo del mio presunto amico e dei suoi accoliti. Il senso era: siamo diversi, non ci infiliamo nella pazza folla che si urta d’estate sui lungomari, che prende d’assalto i bar sul far della sera o che si struscia dopo cena. 

In un primo momento era stata considerata una località poco appetibile, poco “trendy”. Come odiavo il vocabolo. Ogni volta che qualcuno lo pronunciava volevo essere Nanni Moretti in calottina quando prendeva a schiaffi la giornalista che lo pronunciava in “Palombella Rossa”.  Poi, improvvisamente, la valle era diventata di moda, anche se era vietato dire così. Accanto alle case degli indigeni erano spuntati, con un ritmo esponenziale, molti cantieri. Ma quello del mio amico, insomma amico non proprio, se la giocava per il primo posto e quindi il suo “rustico ristrutturato” consegnava ai posteri “lo scopritore” del luogo. Quello dove mi muovevo insofferente, era il gran party inaugurale e la festa si snodava tra gli ulivi che scendevano, a fasce, sotto il rustico.

Lui lo chiamava ancora così, sebbene di rustico non avesse più niente se non qualche vecchia pietra infilata nei muri per concedere, al tutto, un gusto un po’ campagnolo. Che funzionava, accidenti, l’odioso architetto ci sapeva fare, lo ripeto a malincuore.

La festa era stata uno schifo, almeno secondo i miei criteri che non obbligo nessuno a condividere. Il fatto era che, negli ultimi tempi, non mi riusciva di trovare godimento in nessuna delle mie azioni, figuriamoci in quelle degli altri. C’ero  andato solo perché il mio presunto amico era il figlio di un editore e io stavo cercando di piazzare il mio terzo romanzo.

Il primo era andato bene, ma i critici che parlano bene del libro di un esordiente, poi infliggono al secondo, come pena del contrappasso, un appoggio condizionato se non un giudizio negativo. Così ora mi trovavo nella non invidiabile posizione di dover elemosinare una pubblicazione, perché molti degli editori a cui avevo proposto il mio terzo romanzo erano perplessi, non tanto per il libro, quanto per me, perché il mio cinismo congenito e la mia istintiva ruvidezza mi rendevano poco amabile e di conseguenza, al di là del valore del testo, poco presentabile. Qualcuno mi aveva definito “un Luciano Bianciardi incazzato come l’autore della Vita Agra, ma meno bravo”. Beh, grazie, già il paragone mi sembrava notevole. Però la pubblicazione mi serviva. Non è che dai libri, se non entri in classifica e ci stai a lungo, in Italia si guadagni, ma i miei soldi stavano per finire e anche un anticipo, ancorché ridotto, mi occorreva. L’amicizia con il proprietario del rustico era a senso unico. Se era amicizia. Da parte mia, di sicuro no. Il giovin signore non era un cattivo ragazzo, aveva una decina di anni meno di me che ero vicino ai quaranta, e aveva ottenuto da poco un alto incarico nella casa editrice del padre, dopo un paio di impieghi come manager in prestigiose (e come, se no?) aziende all’estero. L’avevo conosciuto all’inaugurazione di un locale (stavo per dire trendy), a Milano, e non so come, visto che nessuno ha questa impressione, mi aveva trovato simpatico. Sosteneva che il mio cinismo e la mia urfidità – sintetizzava così il mio atteggiamento malmostoso, scontroso e spigoloso – lo divertivano tantissimo.

Così mi ritrovai alla sua festa a saltare da un capannello all’altro, come l’insopportabile architetto – chi è senza peccato, eccetera – a bere cocktail che non mi piacevano (però il cibo era uno spettacolo, l’unico aspetto positivo della serata), a conversare con gente che mi piaceva ancora di meno. Insomma, passai in rassegna, in poche ore, tutta la futilità della mia vita dell’ultimo decennio, a partire dall’inconsistenza dei rapporti umani che avevo, anzi non avevo, costruito. Ma non solo per colpa mia. Sessanta e quaranta. Dopo il cibo, focaccia con il formaggio, cappon magro, troffie al pesto, la cosa più bella erano gli ulivi che svettavano contro la luna piena illuminati da lampade romane. Purtroppo una stupida con un vestito inutilmente lungo e svolazzante che lei faceva svolazzare ancor di più, pensò bene di farselo incendiare da una lampada, causando un parapiglia e, soprattutto, una scenata del padrone di casa agli incolpevoli responsabili del catering che non avevano alcuna colpa, perché avevano piazzato le lampade con intelligenza. O almeno pensando che quella ciurma di cretini ne fossero dotati. Ecco, questa era stata la loro colpa. La fiducia nel genere umano. In quel genere umano, poi.

Dopo aver visto la trasformazione del mio presunto amico da amabile padrone di casa a padrone delle ferriere che inveiva contro i camerieri con una maleducazione che solo certi ricchi arroganti, viziati e (sedicenti) di sinistra riescono a raggiungere,  decisi che ne avevo abbastanza. Di lui, dei suoi ospiti vuoti più delle bottiglie di champagne e liquori che si ammassavano con un ritmo esponenziale sotto i tavoli, ma soprattutto di me stesso, della mia smania di successo, della mia ostinazione nel risalire la china che non mi avrebbe portato ad alcuna vetta, del mio nulla. Cercavo un’affermazione che, anche se fosse arrivata, e ne dubitavo, non mi avrebbe dato alcuna soddisfazione. Fu un’illuminazione. Una specie di incontro sulla via di Damasco,  se capite quello che voglio dire.

Volevo qualcosa di diverso e non l’avrei trovato certo in quel posto.

Quindi, mentre era ancora in corso la crisi delle lampade romane, e nessuno badava a me, mi eclissai senza lasciare rimpianti dietro e dentro di me e me ne andai a dormire nella piccola stanza sul retro che il proprietario del “rustico” mi aveva destinato. Gli ospiti più di riguardo stavano sul davanti, in quelle più grandi, ampie e con vista sulla valle. I pochi ospitati nel rustico, persino io anche se non ci trovavo nulla di esaltante, erano gli invitati di serie A; poi c’erano quelli sistemati in un hotel nella cittadina rivierasca più vicina (serie B); infine quelli che se volevano dormire in zona si dovevano arrangiare e se non volevano dormire, dovevano fare anda e rianda da dove venivano (serie C).

Tra gli ospiti di serie A, comunque, c’erano quelli di altra classifica e quelli di bassa, come me, con la stanza sul retro. Però in quel caso la mia camera, contro il monte, che d’inverno sarebbe stata un grumo di umidità, in quella sera d’agosto risultava essere la più fresca del rustico. L’aria condizionata era stata sacrificata sull’altare della rusticità (appunto) e del rispetto per l’ambiente. Così nelle stanze per i vip, dopo che il sole ci aveva picchiato tutto il giorno, si scoppiava. Al pomeriggio, prima della festa, sentii qualcuno che se ne lamentava e notai pure qualche occhiata ad alta intensità negativa nei miei confronti. Mi chiesi se fossero andati dal padrone per farmi sloggiare. Mi venne in mente l’aneddoto ascoltato da uno dei pochi giornalisti simpatici che avevo incontrato. Robusto, gaudente, era un cronista sportivo. Mi aveva raccontato una storia per illuminarmi su quanto i calciatori fossero viziati. Una volta, al ritorno da una partita di Coppa giocata all’estero, in Francia mi pare, l’aereo che riportava a casa squadra, staff e giornalisti era stato costretto ad atterrare, causa nebbia, in un’altra città. Chi si occupava della logistica aveva fatto arrivare due bus, uno per la squadra e uno per tutti gli altri. Dunque arriva il primo bus e carica giocatori, tecnici e dirigenti e via. Poi arriva il secondo. Più bello, moderno, comodo e veloce del primo, praticamente una corazzata contro un dragamine. Il bus numero 2 fila come un Concorde dei tempi belli. E a un certo punto, in autostrada, riprende, sorpassa e distanzia quello della squadra. I giocatori fanno telefonare e chiedono di cambiare i bus al primo autogrill disponibile. I giornalisti e gli altri però insorgono e costringono l’autista a proseguire, senza soste.

Ecco, pensavo che qualcuno dei vip nelle stanze che scottavano chiedesse di far cambio con la mia ed ero pronto alla resistenza, ma non si fece vivo nessuno.

Così,  quella notte, dormii benissimo. Il rumore del party che prima aumentava di volume e poi si affievoliva mi cullò. Ecco perché mi ero ritrovato sveglio così presto. Le mie otto ore di sonno le avevo onorate alla grande. La casa era silenziosa. Volevo un caffè, ma temevo che spuntasse qualcuno, anche se probabilmente nessuno sarebbe emerso fino a mezzogiorno. Comunque, per non correre il rischio di un incontro indesiderato, mi infilai un paio di scarpe da ginnastica e una maglietta e mi diressi verso il monte, seguendo la strada. Non ero un runner e non sopportavo i fanatici che devono sempre, piova o tiri vento, buttarsi in strada. L’ho già detto. Però non sapevo che fare e poi volevo quel caffè, senza dividerlo con i reduci della festa che galleggiavano nel vapore alcolico. Per cui uscii e mi incamminai sulla strada verso il monte e quello che sembrava il centro del paesello.

Non so come arrivai lì davanti. Mi fermai a riprendere fiato e la vidi. Era una zanzariera verde e la abbinai a “una di quelle drogherie di una volta / Che tenevano la porta aperta davanti alla primavera”. Fischiettando la canzone di Paolo Conte, mi tornarono alla memoria tutti i miei sogni giovanili e tutti i compromessi con cui li avevo annacquati e dispersi. Pensai in quel momento che quella vecchia zanzariera a listelli di plastica fosse una sorta di portale galattico che mi avrebbe permesso di passare in un’altra dimensione. Sorrisi, alla mia stupida immaginazione. Però avrebbe potuto farmi arrivare a un caffè. Mi frugai nei pantaloncini. Cinque euro. Meno male, non ero mai stato capace di chiedere in regalo un caffè o qualsiasi altra cosa. C’era un mio amico, all’università, stramiliardario, che usciva sempre senza portafoglio. Quando voleva un caffè o un pezzo di pizza riusciva sempre a farselo regalare. “Ricorda: la gente ha il braccino corto con i poveracci, mai con i ricchi” sosteneva mangiucchiando la pizza estorta. Verità.

Aveva la faccia come il culo che io non ho mai avuto. 

Entrai. Era un altro mondo. Un bar di una volta con vecchie bottiglie di vermut, amari, vino sfuso. Un “Biancosarti” mi fissava dai ripiani, accanto ad alcuni pacchetti di sigarette marca nazionale e a qualche confezione  di sigari toscani. Archeologia liquorosa  e fumo per gole forti. Mi appoggiai  al banco di acciaio. Era tutto pulito, tutto lustro, però ogni cosa, anche la macchina per il caffè che, però, sembrava aver vissuto momenti di gloria ormai dimenticati. Tutto sapeva di vecchio.

Ma non lei. Uscì dalla porta a soffietto che dava sul retro del bar. Non aveva più di trent’anni e, malgrado il vestito informe coperto da un grembiule da cucina, il viso sudato, lo sguardo triste, c’era qualcosa che emanava bellezza, sentimento, trasporto. Gli occhi forse, di un verde intenso. O le gambe, perfette e tornite che le vidi per un attimo spuntare da sotto il grembiule. Bellissima.

“E’ possibile avere un caffè?”.

“Sì, certo, ma con la moka. Va bene lo stesso?”.

“Va bene. Che ha la macchina?”.

Lei fece un gesto morbido della mano, e mi offrì un sorriso triste, come se le avessi chiesto di un parente che non c’è più.

“Andata da tempo, ma non trovo nessuno che la ripari o che se la porti via”. 

Mi sedetti a un tavolo. Lei mi servì il caffè in una tazzina scura, pesante, con il bordo spesso, di quelle di una volta, da bar di paese. Era buono, forte e con qualcosa di dolce, anche se non vi misi lo zucchero. Lei mi guardò negli occhi. Mi sentii perso. Perso nella vanità della mia vita, perso nella semplicità e nel mistero della creatura che avevo davanti, così incongrua per il luogo, ma forse il mio giudizio era ancora gravato dalle sovrastrutture della mia vecchia vita. La sensazione di prima, quella del portale intergalattico era diventata realtà. A volte  basta poco per cambiare la prospettiva, ad esempio attraversare una zanzariera verde, di quelle da drogheria o da bar di una volta. E ti trovi in un’altra dimensione, in un’altra realtà. Nella tua, in quella che va bene per te. Io mi sentivo a posto, finalmente, non volevo più niente. In quel momento non c’era altro che desiderassi, se non stare lì. Non riuscivo a capire, non ancora.

“Ne vuole un altro?”.

Non seppi mai dove trovai il coraggio per chiederglielo. Non ero mai stato un latin lover da bancone di un bar.

“Mi scusi, ma che ci fa una come lei qui?”.

Lei non mi mandò a quel paese.

Anzi, pareva divertita e incuriosita.

“Una come cosa, scusi?”.

“Una bella come lei”.

Sorrise di nuovo. “Lo vuole quel caffè?”.

“Sì, grazie”.

Non mi ha mai risposto, eppure gliel’ho chiesto tante volte. Glielo chiedo ancora, ogni mattina, quando ci svegliamo. Insieme.

Perché il portale si è chiuso e non ho più oltrepassato la zanzariera verde. Lei mi sorride e non dice nulla, proprio come la prima volta, ma ora io conosco la risposta. E’ la stessa che do ai giornalisti che salgono a intervistarmi dopo il successo di ogni romanzo che ho pubblicato da quel giorno, stupiti che non mi sia più mosso da lì, che rifiuti tutti i saloni del libro, tutti i festival letterari, tutti gli inviti, tutte le comparsate in tv,  tutti i ruoli da trombone che recitano con compiacimento i miei colleghi. Increduli che io stia lì con il grembiule ad aiutare mia moglie dietro il bancone di un bar di campagna, quando non sono a scrivere. Sono convinti che sia una facciata, una trovata pubblicitaria. Loro non ci credono, a quello che rispondo. Ma è la verità. 

“Questo è il luogo giusto per me e voglio stare qui”.

* racconto inedito di Roberto Perrone, riproduzione vietata 

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