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Published on novembre 15th, 2017 | by Perri

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Sprofondo azzurro, un’analisi senza intenti barricaderi

Non è di lunedì, lo sprofondo azzurro. Viene da lontano. A quello del 1958 avevamo rimediato. In tanti hanno scomodato Gino Pivatelli, 84 anni, uno dei due sopravvissuti (con l’oriundo Da Costa) della sconfitta del 15 gennaio 1958. Nel pantano di Windsor Park a Belfast l’Irlanda del Nord ci sbatté fuori dal Mondiale svedese dove si illuminò la stella di Pelé. “Un fatto così te lo porti dietro tutta la vita” ha detto il Piva. Sarà lo stesso per i calciatori azzurri? Per qualcuno, come Gigi Buffon e Daniele De Rossi, Giorgio Chiellini e Andrea Barzagli forse sì. Per gli altri, chissà. Nell’umida e fredda notte milanese sono usciti dal Meazza a gruppetti, radunandosi nei ristoranti di riferimento, con il solito codazzo di amici.

Lo sprofondo ha radici chiare. Lo ha ricordato Arrigo Sacchi: “Scusate, ma veniamo da due eliminazioni al primo turno”. Nel 2010 e nel 2014 siamo stati cacciati da Paraguay, Slovacchia, Costarica e Uruguay. La finale all’Europeo del 2012, finita sotto il rullo della solita Spagna, è stata un’illusione ottica. Il movimento è in crisi da tempo, veri fuoriclasse non ce ne sono. E, rispetto al 1958, non c’è neanche un sentimento nazionale, un minimo di senso di appartenenza, qualcosa a cui appellarci. Siamo, dai giocatori ai tecnici, dai dirigenti ai tifosi, più legati ai nostri club che alla Nazionale, considerata qualcosa a parte, non la logica prosecuzione di un lavoro che comincia dalle singole società.

Dopo gli Europei 2000, la Germania ha cominciato a rifondare il sistema. Non ha gettato la colpa addosso agli stranieri, non ha pianto la fine dei vivai. Non ha pianto e basta. E’ stato un progetto condiviso con i club, non imposto o estratto da un cappello a cilindro. Tutti hanno lavorato insieme. Il contrario di quello che accade ora qui. Il presidente del Coni Giovanni Malagò ha invitato quello della Federcalcio Carlo Tavecchio a dimettersi. Aggiungendo, subito dopo, che lui non può fare nulla. L’Italia è fuori dal Mondiale e ha perso 100 milioni, ma ha i conti in ordine e svariati buoni progetti in corso, per i giovani e il calcio femminile.

Tavecchio non si dimetterà e da quello che si capisce le componenti che lo hanno eletto per ora non sembrano intenzionate a sfiduciarlo. E poi, scusate, già sono senza governo le due Leghe, ci possiamo permettere una crisi federale?

Oggi Ventura verrà esonerato. C’è una clausola sulla mancata qualificazione nel contratto fino al 2020. Il c.t. non si è dimesso perché vuole lo stipendio fino a giugno. Si cerca un allenatore con esperienza in un grande club, i nomi sono quelli: Allegri, Mancini, Ancelotti Conte. Per quello che dicevamo prima, perché quando la qualità non è eccelsa ci vuole un motivatore, ci vuole qualcuno che rispolveri il senso di di appartenenza. Siamo poco Nazione e a sprazzi Nazionale. Nel calcio vince sempre la squadra e se ci sono delle pecche i fenomeni le nascondono. Altrimenti bisogna stringersi “a coorte”. Quello che l’Italia ha fatto nel 2006 e nel 2016. Lì ha brillato l’azzurro.

(dalla GAZZETTA DI PARMA, mercoledì 15 novembre 2017) 

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