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Published on ottobre 23rd, 2017 | by Perri

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Tempi non c’è più: il racconto di una grande avventura finita nel peggiore dei modi

Tempi è morto. Que viva siempre Tempi. Dopo 23 anni per la prima volta il mio alter ego Fred Perri non ha vergato la sua rubrica cinica e bara, Sport Uber Alles. Tempi non c’è più. Tempi non era più in edicola dalla fine di ottobre 2017. Dopo 23 anni ha cessato le pubblicazioni definitivamente dopo una breve resistenza online. Non era la stessa cosa ma era meglio di niente. Quando un giornale di carta chiude, anche quello che mi fa più schifo, e ce ne sono tanti, provo un senso di vuoto. Figuriamoci quando non mi arriva più la carta dove firmo e per cui lavorano persone che stimo e apprezzo. Avevo sperato che i ragazzi di Tempi se la cavassero e io e il mio alter ego Fred Perri avevamo assicurato il nostro sostegno. Niente. L’avventura è finita nel peggiore dei modi, con un editore al solito menzognero e irrispettoso di patti e promesse, come raccontano qui i ragazzi di Tempi.

Ho amato Tempi. Perché Tempi ha tirato fuori il peggio di me. O forse era il meglio? Per 23 anni ha ospitato il cinismo e l’indole politicamente scorretta, a volte scurrile, del mio alter ego Fred Perri. Un caso evidente di doppio che meriterebbe un’indagine psicanalitica. Junghiana, direi.  Tempi mi ha permesso di dire le cose che penso senza dirle, come fanno tanti ai giorni nostri, perché lo richiede un ruolo, quello che si interpreta al momento. Tempi ha rappresentato un giornalismo non allineato, né di qua, né di là, né di sopra, né di sotto. Ha fatto un giornalismo veramente senza padroni, senza punti di riferimento se non una predilezione per gli esseri umani e le loro vicende. Ha fatto un vero giornalismo scomodo, non come quello di certi giornali che pubblicano le veline di regime, sia questo politico, economico, culturale o giudiziario. Non ha guardato in faccia a nessuno, è stato veramente alternativo.

Perché non ha accettato grande menzogna dell’illuminismo secondo cui è buono chi la pensa correttamente, anche se ha potere, se è ricco, se è importante. Invece Tempi non ha guardato in faccia a nessuno, soprattutto chi aveva potere e avere potere significa stare nei luoghi del potere, giocare la partita del potere, anche, apparentemente, piazzandosi all’opposizione.  Ha incarnato lo spirito del libro di Vaclav Havel: “Il potere dei senza potere”. Non ha ricercato lo scoop fine a se stesso, la copertina a effetto, il mostro da sbattere in prima pagina e chissenefrega se poi qualche mese o anno dopo tutto finisce in fuffa (ricordate il “traffico di virus” e altre baggianate simili?). Non si è occupato del potere con pettegolezzi o retroscena, ma se ne è occupato quando aveva a che fare con il popolo, cioè con le persone e con i loro problemi. Tempi si è occupato di questo, di persone e storie che sugli altri giornali hanno trovato poco o nullo spazio. Ha raccontato storie ai confini del mondo, sia esso qui, alle nostre spalle, nelle nostre città, sia quello di posti lontani. Non ha inseguito le solite faccende, i soliti nomi, le denunce già rancide un minuto dopo essere state pubblicate.

Tempi ha tirato fuori il meglio di me. Io e i ragazzi di tempi ricorderemo sempre il premio “Reporter del gusto” per la copertina e il servizio in difesa dei salumi italiani (di qualità, con nomi e cognomi) quando arrivò quella specie di rapporto dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (quella che in questi giorni ha premiato Mugabe, per capirci, che ha ridotto a un deserto lo Zimbabwe) che diceva che prosciutti e soci facevano male alla salute. Mentre la stampa italiana riunita dava risalto alla notizia con il solito cerchiobottismo, noi ci siamo schierati con salami e capocolli. Ricorderemo quella grande cena da Enrico Bartolini, eh, ragazzi, in cui mi/ci hanno dato il premio. Anche se io ero reduce da un’ulcera e ho mangiato solo riso in bianco. Almeno avete mangiato voi per me (specialmente Amicone).

Tempi è stato così. E’ stata una delle mie case, un posto dove nessuno mi ha mai censurato nulla. Anzi, quando io proponevo un’auto-censura, loro mi dicevano: avanti così. Vorrei qui abbracciare tutti i ragazzi, alcuni non ci sono più, hanno cambiato testata o fanno altri lavori perfino, con cui ho avuto a che fare in questi anni e con cui mi piacerebbe ancora avere a che fare. Perché ne varrebbe la pena.

Saluto i tre direttori, per tutti voi: Gigi Amicone, Lele Boffi e Alessandro Giuli. Stiamo uniti e speriamo di ritrovarci, presto, di nuovo di carta, da un’altra parte, ma con lo stesso desiderio di cantare fuori dal coro.  Ad maiora.

www.tempi.it 

 

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