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Published on aprile 14th, 2020 | by Perri

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Un portiere di notte: racconto sul calcio, sulla vita e sulle seconde opportunità

         UN PORTIERE DI NOTTE * racconto lungo o romanzo breve

1) PORTO SU IL CAFFE’ A CHI FA L’AMORE

E’ un buon posto. Lo è perché non avrei potuto trovarne un altro. Per ottenere un lavoro migliore dovrei possedere delle qualità, delle capacità, seppur minime, dovrei aver studiato oppure aver raggiunto una qualche specializzazione. Insomma, dovrei aver imparato qualcosa, da autodidatta, se non a scuola. Io non so fare niente. Niente, perché quello in cui ero bravo va declinato all’imperfetto. Ero. E’ finito da tempo, appartiene a un’altra vita. Questo è un buon posto, anche se lavoro di notte. Meglio così, però. Di giorno dormo fino a tardi e non devo andare in giro. Non mi piace incontrare la gente, non amo parlare. Mi capitava raramente anche nell’altra vita. Questo è un buon lavoro perché la gente che incontro è come se non mi vedesse. Sono invisibile. Non devo nascondermi, sono gli altri a evitare di guardarmi. E poi lo stipendio è buono. O almeno a me basta, per quello che devo combinare della mia vita.

Dopo che quel giornalista mi ha scovato (qualcuno ha fatto la spia) e ha scritto un articolo, con la mia foto (rubata) dietro la reception, il padrone mi ha dato pure una gratifica. L’ho guardato senza capire.

“Gli affari sono aumentati” mi ha spiegato.

“Davvero?”.

A me non sembrava che fosse cambiato qualcosa.

“Certo, il venti per cento di presenze in più. La gente è curiosa. Arrivano più clienti dopo l’articolo, vengono per vedere te e tutti in bassa stagione. Ottimo”.

“Non me ne sono mai accorto, nessuno mi dice niente”.

Lui mi ha fissato come se non riuscisse a comprendere dove fosse contenuta tutta la mia ingenuità. “Sei stato al centro dell’attenzione per anni e non hai capito com’è la gente. E’ curiosa, maligna, gode nel vedere uno che è stato qualcuno,  ricco e famoso, mentre gli porta il caffè in camera dopo che ha fatto sesso. Molti vengono per solo per provare questa sensazione, possibile che tu non lo capisca?”. Poi, dopo una pausa, ha aggiunto, scuotendo la testa: “Tu sei finito a fare questo lavoro perché sei una brava persona, gli infami veri cadono sempre in piedi”.

Sincero fino alla crudezza il mio principale. E per questo mi piace. Non è simpatico come si può intendere la simpatia, ma non ha mai contato balle, non ha mai parlato con lingua biforcuta, come avrebbe detto un indiano o almeno come fanno parlare gli indiani nei film sul West. Per come e dove era nato, avrebbe dovuto fare la fila per tutta la vita, ma lui è abile nelle scorciatoie. Era egiziano e cattolico. Da ragazzino voleva fare il calciatore. Una notte che è passato di qua a vedere come andava ci siamo messi a palleggiare nel parcheggio. Non male, soprattutto col sinistro.

Ha studiato in un istituto alberghiero del Cairo. A 17 anni ha attraversato il Mediterraneo su un cargo turco “che ha fatto tutte le fermate”, racconta sempre ridendo, per venire in Italia.  “Da noi i cristiani non fanno strada, c’è sempre qualcuno che gli passa davanti, quando non li ammazza”.

“Non potevi cambiare religione?”.

Mi ha guardato con commiserazione.

“Sai perché l’Islam si prenderà tutto, prima o poi? Perché una domanda simile, a loro, non gli verrà mai in mente, neanche a quelli più illuminati, più liberali. Voi occidentali siete frolli”. Ha proprio detto così, “frolli”. Avrei voluto parlarne ancora, avrei voluto capire. Lui invece se n’è andato a casa. Ha una villa in collina, con giardino, piscina e il resto. Quando è arrivato, ha cominciato come sguattero in un ristorante. Adesso ne possiede tre, più due alberghi, questo e un altro, più nell’interno. Quella cosa dell’Islam l’ho voluta capire meglio. Non avevo mai voluto capire molte cose fino a un certo punto, poi c’è stata una cesura nella mia vita e da allora in poi mi piace sapere. Quando trovo un argomento che mi interessa, mentre prima mi scorreva via, da quella cesura in poi mi documento. Sull’Islam, ora, so parecchio.

Io faccio il portiere di notte in questo albergo davanti al mare. Ogni tanto canticchio la canzone di Herbert Pagani. “Io lavoro al bar di un albergo a ore / porto su il caffè a chi fa l’amore”. Ho pensato spesso al mio primo allenatore: portieri si nasce, non si diventa, sosteneva. Aveva ragione. A me il termine è rimasto appiccicato. Davanti all’albergo c’è il parcheggio, poi la strada costiera. Al di là della strada c’è la spiaggia, con cabine, sdraio e ombrelloni d’estate, solo sabbia d’inverno. Ho calcolato che dall’albergo al mare ci sono 158 passi. Ogni tanto, specialmente a primavera, quando le sere sono tiepide, al calar del sole, prima che arrivino i clienti notturni, mi faccio i miei 158 passi fino al mare. Arrivato là, seguo con lo sguardo la striscia di sabbia, a destra e a sinistra. Sembra infinita. Non mi ricordo più come sono arrivato a vivere qui, però ci sto bene.

D’estate, nell’albergo, planano gruppi di famiglie dal nord Europa, quasi tutte danesi. Una volta, prima che ci lavorassi io, è arrivato un tizio da un piccolo paese della Danimarca. Il nome del paese me l’hanno detto, me lo ripetono ogni estate, ma non riesce a restarmi attaccato.  Comunque, il tizio si è trovato bene e lo ha raccontato ai suoi amici. Così, ogni anno, da fine giugno a metà agosto,  qui si riempie di gente di questo paese della Danimarca. Si conoscono tutti e ormai mi considerano uno di famiglia. Qualcuno mi porta anche dei regalini, di anno in anno. Sul banco tengo una riproduzione della Sirenetta di Copenhagen.

Io d’estate sono più contento che d’inverno. L’estate mi piace e non devo portare su caffè, champagne o tramezzini e sentire il puzzo delle scopate altrui. I danesi, di notte, dormono. Ogni tanto, insomma quasi sempre, si ubriacano, è vero, ma hanno la sbornia allegra. Arrivano barcollando, con la pancetta fuori dai pantaloncini da tennis, ciabattando, con un boccale semivuoto e semifreddo di birra in mano e spesso stramazzano nella hall. Allora io li stipo nel piccolo ascensore e li porto in camera. A parte questo non ho nulla da fare. Loro di notte non vogliono il “room service“. Così me ne vado sul terrazzo davanti all’entrata con con un pacchetto di sigarette, una bottiglia di acqua frizzante e un romanzo di fantascienza.

Non ho mai letto niente quando facevo quell’altro mestiere, né dopo, per molto tempo. Poi un giorno, su una bancarella di libri usati, mi sono comprato uno strano libro di racconti di Ray Bradbury: “Paese d’ottobre”. Mi è piaciuta la copertina. Poi mi è piaciuto moltissimo anche il libro, anche se alcuni racconti sconfinano nell’horror, che a me fa senso. Così mi sono messo a leggere i romanzi della collana di Urania, quei volumetti bianchi. Soprattutto i più vecchi, un po’ consunti, migliori di quelli più recenti. Li trovo nei mercatini. Sto sul terrazzo, leggo, fumo, bevo l’acqua frizzante e guardo la spiaggia o seguo le macchine che passano, piene di ragazzi, sulla provinciale, dirette a qualche discoteca della zona.

In quel momento sono felice.

D’inverno è tutta un’altra storia. D’inverno è tutto chiuso, anche il ristorante. Teniamo solo tramezzini, champagne, liquori e, al mattino presto, le brioche calde per accompagnare caffè e cappuccio. D’inverno questo è un albergo a ore, a notti. Però di un certo livello. Non accettiamo quelli che vengono con le puttane. Il padrone sostiene che le puttane si riconoscono. Ha tenuto, a me e all’altro portiere di notte, un albanese, una lezione sul tema “Come capire quando una donna non è lì per amore”. Mi piace il padrone, perché non ama le parolacce soprattutto riferite alle donne. Puttane l’ho usato io che ho meno scrupoli di lui. Il padrone invece, non ha utilizzato neanche un termine tipo prostituta o meretrice. Ha girato il concetto. “Donna che non è lì per amore“. Un grande. 

“Gentilmente, dite che siete al completo” ha aggiunto.

Siccome è un dritto, non c’è, come in altri alberghi della Riviera, il tabellone con le chiavi appese. Le chiavi stanno nascoste sotto il banco, così uno non può replicare: “Ma se tutte le chiavi stanno lì”.

Le due che sono arrivate con lui non erano lì per amore, ma neanche per soldi. Lui non deve certo pagare per andare a letto con una donna. E non sono vestite neanche da zoccole. Hanno roba di classe. La più “anziana” – per modo di dire – sotto la pelliccia ha un abito lungo, nero, con uno spacco sulla coscia: le ho visto lo scuro della calza e l’attacco del reggicalze, la più giovane un top rosso sotto il piumino che le contiene a stento i seni e una minigonna di lamé. La più giovane mi ha dato l’idea di essere minorenne. Dietro al trucco – troppo pesante per una ragazza così bella – nasconde un viso da adolescente. Ma mi ha dato un documento in cui risulta che ha compiuto diciotto anni da appena venti giorni.  E il documento è autentico. L’altra lezione del padrone, molto più dettagliata, a tutto il personale, ha riguardato il tema “soldi e documenti falsi”. Il padrone è costantemente sulla difensiva.  Sempre un passo avanti. Impossibile fregarlo. “Io sono un imprenditore, sono cittadino italiano, certo, ma sono pur sempre uno straniero e uno straniero del Nord Africa. Posso salire in serie A, ma dovrò sempre lottare per la salvezza, mai per lo scudetto. Devo stare in guardia”. Si è girato verso di me. “Tu puoi comprendere di cosa parlo, vero?”. Eccome se comprendevo.

L’altra ragazza, la bionda, di anni ne ha venticinque, al massimo. Ventiquattro, infatti, mi dice la carta d’identità. Devo ammettere che è una delle donne più incredibili che abbia mai visto. Mi ha fatto effetto e non è facile, ormai, ve lo assicuro, che mi impressioni per qualcosa. 

“Cos’avete da bere?” ha chiesto con gentilezza, ma come se fossi un soprammobile. Ci sono abituato. Però la sua, di indifferenza, un po’ mi è dispiaciuta.

Strano che lui non mi abbia riconosciuto, strano che non mi abbia sbattuto in faccia il suo disprezzo. O forse sta facendo finta di niente. No, conoscendolo, non mi ha riconosciuto. Altrimenti non si sarebbe trattenuto. Le poche volte che mi è capitato di vederlo in tv, ho notato che ha sempre lo stesso atteggiamento spavaldo, presuntuoso,  arrogante e fasullo di quindici anni prima, quando ha contribuito a distruggere la mia vita. Contribuito, perché sono stato io il principale artefice del mio destino. Però lui mi ha dato una bella mano.

2) L’ALTRO PORTIERE

L’allenatore ce l’aveva presentato negli spogliatoi, dieci giorni prima. Aveva poco meno di 18 anni e proveniva direttamente dalla Primavera. Era stato aggregato perché non avevano più portieri. Il numero tre si era fatto male e il numero due, la mia prima riserva, di punto in bianco si era beccato la varicella. Siccome io l’avevo fatta, ero uno dei pochi che ero stato a trovarlo. Faceva impressione: un adulto tutto pieno di pustolette.

“Se fossi l’allenatore ti farei giocare al mio posto. Non si avvicinerebbe nessuno all’area”.

Lui rise. “Buona. Ne fai poche, ma le tue battute sono divertenti. Comunque occhio al ragazzino”.

Lo guardai, perplesso, mentre stava sprofondato, in vestaglia, nella poltrona della stanza d’albergo dove andavamo in ritiro prima delle partite in casa. L’avevano messo in quarantena su un piano tutto per lui.

“In che senso?”.

“In tutti i sensi. Io sono fuori. Mancano tre giornate e da qui alla fine del campionato non recupero certo. E poi gli fa anche gioco. Mi scade il contratto e so che non me l’avrebbero rinnovato. Quindi sarà lui la tua riserva. Stai attento che non è come me, è un vigliacco, uno che parla male di tutti, uno pronto a sfilarti la maglia con destrezza. Neanche te ne accorgi”.

“E chi è, Arsenio Lupin?” tentai un’altra battuta.

“Scherza, io t’ho avvertito. E’ giovane ma con la sociopatia – il numero due era il calciatore più colto che ho conosciuto – di un serial killer e poi falso come giuda. E pure molto bravo, questo bisogna ammetterlo, e diventerà meglio di te e di me messi insieme”.

Aveva ragione, “in tutti i sensi”, come gli piaceva dire. Il ragazzo si presentò tutto timido, umile. A me riservò uno show da vero adulatore. “Ti ho sempre ammirato, sei il mio mito, aspettavo da una vita di essere la tua riserva, avevo il tuo poster in camera”. Eccetera.

La mia riserva la fece solo per venti minuti.

Era la partita decisiva. Gli altri stavano un punto sopra. Con una vittoria saremmo andati in testa e nelle due gare che rimanevano non avremmo certo perso punti. Una delle due squadre era già retrocessa, l’altra stava a mezza classifica, lontana dal vertice e pure dal baratro. In vacanza, entrambe.

L’urlo della folla fu più bestiale del solito. Voleva il sangue. Forse fu per questo che feci quell’uscita sconclusionata dopo venti minuti. Chissà, magari se stavo in porta quell’ala (adesso li chiamano esterni, ahahah) sfigata alla fine mi avrebbe tirato in bocca. Invece partii come un pazzo e lo andai a incocciare appena dentro l’area, verso lo spigolo sinistro. Se ci fossero le moviole di adesso,  come le chiamano? – non lo so perché il calcio già non lo guardavo prima – avrebbero dimostrato che non l’avevo neanche sfiorato. Quello vide la mia faccia da folle e si tuffò molto prima che io lo potessi toccare. L’arbitro, però, sorpreso come tutta la mia difesa da quel lancio da cinquanta metri, stava arrivando ansimante e fischiò il rigore “per impressione”. Una bella espressione: l’avevo sentita da uno dei miei primi allenatori.

Noi giocatori già protestiamo quando abbiamo torto, ma io avevo pure ragione. Mi sentivo vittima di un’ingiustizia e malgrado i miei quasi 13 anni di professionismo, persi la testa. Non ero famoso per essere un guascone, anzi, qualcuno diceva che come portiere ero troppo riflessivo, troppo freddo.

Quando mi sono messo a bere forte (eufemismo) avevo anche pensato di andare da uno strizzacervelli per vedere se per caso poteva scoprire che cosa avevo pensato poco prima di tirargli il pallone e centrarlo, sebbene non avessi neanche mirato, in pieno sui coglioni. Me lo ricordo ancora adesso il silenzio che seguì. Ottantamila persone zitte, incredule per qualche secondo. 

L’arbitro si accasciò senza un gemito. E a questo punto il fracasso riprese raddoppiato.

Ricordo il seguito di quel pomeriggio (giocavamo il  pomeriggio, strano per una partita come quella, decisiva, ma non so dire il perché e poi non me ne frega nulla) come se mi fossi fatto di qualche droga. I miei compagni mi spinsero via, arrivarono i medici di entrambe le squadre. C’era chi mi strattonava, chi mi insultava. Mi appoggiai al palo della porta e attesi il mio destino. Dopo poco più di cinque minuti l’arbitro si rialzò – in fondo non gli avevo fatto così male – e con molta flemma, devo riconoscerlo, ma anche con prudenza – stava almeno a quattro metri – mi mostrò cartellino rosso. Mi avviai verso il sottopassaggio, che stava in mezzo alle due panchine, e, avvicinandomi a quella della mia squadra, lanciai i miei guanti al ragazzino che stava parlando con l’allenatore, pronto a subentrare.

“Fatti onore”.

Lui non fece neanche il gesto di prendere i guanti che finirono a terra. E non mi guardò neanche. Facevo parte del passato. Poi cominciai a scendere la scala che portava agli spogliatoi, mentre in campo, attorno a me, cadeva di tutto. I pochi con cui ho parlato della faccenda, negli anni successivi, non credono che io, di quanto accadde sul campo, della partita, non abbia mai visto nulla, neanche una foto. Io la tv non la guardavo e non la guardo. Adesso, quando mi capita, vedo solo i film o qualche serie, come hanno preso a chiamarle. Il calcio, alla lunga, mi annoiava già quando lo praticavo. Una volta lo dissi a un giornalista, durante un’intervista, e lui chiuse il taccuino. Era una brava persona, un caso raro tra i giornalisti.

“Questa non la scrivo, altrimenti ci fai la figura del deficiente: un calciatore che non guarda il calcio alla tv. Ma tu pensa”. Beh, la storia la sapete. Il ragazzino parò il rigore e non solo quello. Parò tutto, soprattutto negli ultimi venti minuti, quando, dopo essere andata in vantaggio grazie a un’autorete, la mia squadra si chiuse in difesa. Io venni condannato unanimemente, lui esaltato. La sua stella si accese, la mia si spense. Succede ogni giorno nel calcio. Passi da campione a pippa nello spazio di una notte. Mi diedero 10 giornate di squalifica, tre in meno del numero dei miei anni di professionismo. Senza sconti. Beh, pensai, due quest’anno, otto l’anno prossimo, poi si ricomincia. Cominciai a scontare la mia pena mentre i miei ex compagni, con il fenomeno ragazzino in porta, vincevano lo scudetto. Il mio terzo, il mio ultimo. Andai alla festa nella solita discoteca in collina. Ci mancherebbe altro, avevo giocato 36 partite da titolare, avevo una media del 6,9 fino a quel pomeriggio di un giorno da cani. La citazione cinematografica l’aveva fatta il mio secondo di prima, quello con la varicella, uno dei due o tre dell’ambiente che non si voltava dall’altra parte e con cui ho mantenuto i contatti, negli anni successivi. C’era anche del mio in quel trionfo. Nessuno lo mise in dubbio. Ebbi i miei complimenti, il mio champagne, le mie donnine felici della mia compagnia, il mio premio scudetto e il regalo del presidente, un Rolex d’oro con lo scudetto sulla cassa. A chi l’ho venduto? Al padrone di un bar, di un night o di un’enoteca, non si scappa. Due giorni dopo ebbi anche il mio doppio benservito.

Prima mi segò il commissario tecnico della nazionale. Dovevo andare agli Europei a giocarmi il posto di titolare con il ciccione del Milan, quello con la faccia da cretino. E invece venni escluso per motivi disciplinari, per il cazzo di codice etico che, applicato calcio è una vera buffonata. Chiamarono il ragazzino come terzo. Vabbè, mi dissi, faccio vacanza, in fondo sono ancora il portiere della squadra campione d’Italia.

“No, non lo sei più – mi disse il presidente dopo avermi offerto un whisky (mi stava indicando la strada?) – rescindiamo il contratto. Ci sono gli estremi. Mi dispiace, ma c’è una precisa filosofia societaria”. 

In realtà, come seppi in seguito, fu il ragazzino, con il suo procuratore – uno dei migliori e più spietati in circolazione; e c’aveva pure il media manager, che non si sapeva neanche che cosa fosse, allora: era veramente in anticipo sui tempi – a farmi fuori. Fecero un bel discorso al club: prendete uno di esperienza ma che non faccia storie e che faccia da chioccia al ragazzo, non ve ne pentirete.  Non si pentì nessuno, ci guadagnarono tutti. A parte il sottoscritto. Lui, per chiudere, ci mise anche il carico da dodici, una bella intervista in cui condannava la mia brutalità e auspicava che, nel calcio, nessuno mi desse più lavoro. Venne ascoltato.

3) QUALCOSA LA FACCIO BENE

Mentre salgo con due bottiglie di Veuve Clicquot stipate in un secchiello pieno di ghiaccio, verso quella che io e l’albanese avevamo ribattezzato “suite Petersen”, perché d’estate la diamo sempre alla famiglia Petersen che è formata da otto persone, penso a quanto avevo fatto in fretta a rovinarmi, a perdere tutto. Era bastata la bottiglia che ho aperto la sera in cui sono stato cacciato. Invece di cercare un’altra squadra, magari all’estero, dove sono meno moralisti di noi, ho cercato le risposte nel mobile bar. Il resto è stato precipizio.

Ho bussato alla porta con discrezione. E’  venuta ad aprirmi la bionda, come speravo, con addosso la camicia di lui. Con un solo bottone chiuso. Forse l’ha mandata lui, forse è stata una sua idea per farmi impressione. E me l’ha fatta, di nuovo. Ma non per il suo corpo, per quelle tette (vere) di cui ho goduto un’ampia visuale, dritte e puntute come uno shuttle prima del lancio. Di donne belle e anche di donne nude ne ho viste tante. Non è stato quello a farmi aumentare i battiti. E’ stato il suo sguardo a impressionarmi. Per lo scompenso evidente. Mi spiego: uno sguardo intelligente, sensibile, piazzato su un fisico da strafiga. Non mi è apparsa come la classica donna da calciatore, tutta curve e voglia di denaro e bella vita, o quella da una botta e via. Perché stava lì, con lui e con la ragazzina?

“La mancia te la diamo dopo, ti secca?” mi ha detto indicandosi le cosce, illustrandomi la situazione: non ho denaro con me.

“Si figuri, signorina”.

Ho sempre temuto che rivederlo da vicino potesse farmi tornare la voglia di bere. Invece i ricordi che mi attraversano il cervello non mi hanno provocato dolore. Era come se la memoria appartenesse a un altro, come se osservassi quello strano film da una comoda poltrona in platea. E come uno spettatore mi è venuta una curiosità. Nella hall il padrone lascia sempre giornali (un tale passava tutti i giorni ad aggiornare la scorta) e riviste. Crede veramente che i suoi clienti abbiano voglia di leggere? Ho afferrato un quotidiano sportivo. La sua squadra gioca in casa la domenica successiva. Siamo nella notte tra venerdì e sabato. L’indomani l’allenamento è fissato alle 10.30. Facendo un po’ di calcoli, la mattina dopo avrebbe dovuto partire all’alba e correre come Senna dei bei tempi per arrivare puntuale.

Invece è corsa la ragazza con la camicia, chiusa, questa volta. E’ venuta giù per le scale e me la sono trovata davanti, all’improvviso, mentre sistemavo le brioche da riscaldare che mi avevano appena portato. 

“Vieni su, presto”.

Era stravolta. Ho suggerito di usare l’ascensore. La porta della stanza è aperta e sul letto la ragazza più giovane, nuda, sta immobile, pallida, una striscia di bava bianca che le scende dalla bocca. Lui è seduto sul divano, con un lenzuolo addosso, come stranito, incapace di muoversi.

“Che cos’ha?”.

“Non lo so, si è sentita male”.

L’ho guardata in faccia con un ghigno cattivo.

“Fesserie, che cosa ha preso?”.

Cocaina, ma non tanta”.

Non mi sarei voluto impicciare. Però quella ragazzina aveva bisogno di qualcosa e anche se non sapevo fare niente gli altri, lì, sapevano fare anche meno di me. Ho azzardato un massaggio cardiaco. Me l’ha insegnato l’albanese, insieme con tante altre cose che riguardano la medicina. Al suo paese era infermiere. Secondo me dovrebbe farlo anche da noi, mi sembra bravo e sveglio.

Le ho fatto anche la respirazione bocca a bocca. La ragazza ha ripreso i sensi, anche se non di poteva dire che stesse bene.

Lui è sempre immobile. L’altra ragazza mi ha radiofragato con occhi diversi, come se fossi il dottor Kildare.

“Sai dove tiene il telefonino?”. Lei ha frugato tra i vestiti e ne tirati fuori addirittura due.

“Sei intima o sei la scopata di una notte?” le ho chiesto a bruciapelo forse, anzi sicuramente,  con l’intenzione di ferirla. 

Lei non si è scomposta, mi ha solo fissato sorpresa.

“Ma non la guardi la tv?”.

“No, e non leggo neanche i giornali”.

“Stiamo insieme da sei mesi. Perché ti interessa?”.

“E questa?”.

“L’abbiamo tirata su in discoteca”.

“Se sei la sua fidanzata saprai come si chiama il suo procuratore”.

Mi ha fatto il nome. Forse è famoso ma a me non ha detto nulla, non era quello dei vecchi tempi. L’ho trovato nella memoria del secondo telefonino. L’ho svegliato e gli ho spiegato velocemente la situazione. Per fortuna sta a un paio di ore di auto. 

Poi ho  intimato alla ragazza: “Prendete i vostri vestiti e andate nella  stanza accanto”. Sono sceso alla reception e ho chiamato un medico amico del padrone, uno sempre disponibile se succede qualcosa, uno che arrotonda curando chi non voleva mettere di mezzo polizia o ospedali. Quasi sempre vecchi che vengono con ragazze più giovani e rischiano il coccolone. Lui risolve sempre in modo riservato la questione, purché la situazione non sia troppo grave, in questo caso se ne va. Se alza i tacchi, vuol dire che sono cazzi e bisogna andare all’ospedale. Addio privacy per il poveretto. A questo punto il medico dice così: “Io mi ritiro in buon ordine, chiamate il 118”. Sempre. 

Il medico è arrivato che la ragazza è ormai rinvenuta del tutto. “Ne ha sniffata troppa tutta insieme. Stava per andare in overdose. Ancora qualche istante e non c’era più niente da fare. Chi le ha praticato il massaggio?”.

“Io”.

“Complimenti, le hai salvato la vita. E’  venuta da sola?”.

“Meglio evitare”.

“Evitiamo. Ora sta bene, le ho dato un blando sedativo e uno “sgrassante”, insomma un farmaco per ripulirla. Riportala a casa. La mia tariffa la sai, passo domani”.

La ragazza mi ha fissato con gli occhi spenti.

“Ce la fai a vestirti?”.

In auto, sulla strada di casa – abitava in un paese della costa, una decina di chilometri – ha balbettato, con le lacrime agli occhi: “Grazie”.

“Di niente. Un consiglio gratis: lascia perdere quella gente. Per loro non sei niente, sei solo un pezzo di carne. Ti butti solo via”.

“Come lo sai?”.

“Ero anch’io così”. 

Quando sono tornato in all’albergo ho trovato una Mercedes parcheggiata, accanto al suv di lui. Ai miei tempi non erano così grosse le nostre auto, ma anche noi ce le compravano tutte uguali. Fantasia zero. Mi sono versato un bicchiere d’acqua e mi sono acceso una sigaretta. Sono passati venti minuti e in processione sono scesi lui, la ragazza e il procuratore. Lo confesso, io ho guardato la ragazza. Il procuratore le ha sussurrato qualcosa, poi si è avvicinato.

“Quanto vuoi?”.

Gli ho restituito i documenti. “Fanno 150 euro per la stanza, 100 per lo champagne e 300 per il medico”.

Lui ha già tirato fuori il libretto degli assegni. E sta per scrivere. Si è fermato con la penna a mezz’aria.

“Mi prendi per il culo S….?”. Ha pronunciato il mio nome.

Il procuratore evidentemente mi ha riconosciuto e deve averlo comunicato anche al suo “assistito” che da quando è sceso mi osserva con occhi più attenti.

“Per niente”.

Siamo rimasti a fissarci. La ragazza ci guarda dalla porta, incuriosita.

“Ho capito: vuoi vendere l’esclusiva a un giornale scandalistico e farci i soldi. Te la pago io, dimmi quanto vuoi”.

“Non ha capito niente, signore. Non so chi è lei, non so chi è quella signorina, e non so chi sia l’altro signore. E se anche lo sapessi non me ne fregherebbe nulla. Il mio mestiere è non farmi gli affari degli altri. Mi dovete 150 euro per la camera, 100 per le bibite e 300 per il medico. Non voglio un centesimo di più”.

Improvvisamente lui si è fatto avanti lui, minaccioso.

Vuoi vendicarti, eh?”.

“Vai in macchina, per favore – il procuratore lo ha spinto via – E tu, basta dire stronzate, fai il prezzo”. Il procuratore ha alzato la voce. A quel punto mi sono incazzato. Da sotto il banco ho preso la mazza da baseball che teniamo per fare cinema con qualche ubriaco e sono uscito fuori. Il procuratore è arretrato lentamente, lui è stato un fulmine ed è sparito verso il parcheggio. Solo la ragazza è rimasta immobile.

“Finalmente qualcuno che dice cosa giusta: mollate i 550 euro e portate via di qui le vostre di stronzate, altrimenti vi rovino veramente la serata”.

Mentre infilavo l’assegno in cassa, ho sentito le due auto che si allontanavano. Sono andato sul terrazzo e ho respirato a fondo. Per anni ho coltivato rimpianti e invidiato – soprattutto il portiere che me l’aveva portato via – tutto quello che avevo perso. Era un’invidia insana, astratta, perché rivolevo quella vita. Poi ho capito che non aveva senso, perché quella vita non aveva senso, almeno per come l’avevo vissuta io e, purtroppo per lui, per come la viveva quel piccolo bastardo. L’invidia che provo ora è sana, concreta: sono invidioso per quella ragazza. Per cui il risentimento mi è parso ragionevole,  accettabile.

Fa ancora freddo,  a metà marzo, ma c’è qualcosa, nell’aria, che promette primavera, estate, bella stagione.

Forse è per quello che mi sono sentito bene. In pace.

All’inizio non l’ho riconosciuta in, “in borghese”. E’ una notte di fine luglio e me ne sto lì, sul terrazzo, con l’acqua frizzante, le sigarette e l’ultimo Urania, quando è arrivata con un’utilitaria. Ho provato un tuffo al cuore. Anche con un paio di jeans e una maglietta è bellissima, ha una grazia da ballerina. Le devo chiedere se ha studiato danza. Ma forse sì. 

“Posso?”. Mi indica una seggiola.

“Prego”.

Siamo rimasti in silenzio per un po’ a guardare le auto che passano sulla provinciale. Un paio di danesi sono rientrati e mi hanno salutato. Uno mi ha strizzato l’occhio.

“Ti posso offrire qualcosa?”.

“Lo stesso che prendi tu”.

Sono andato a prendere un altro bicchiere. Al ritorno ho ritrovato quei suoi occhi senza trucco, quello sguardo senza inganno che mi aveva subito impressionato. Le ho versato l’acqua frizzante. 

“Non sapevo chi fossi, quella sera. Dopo, in tanti, mi hanno raccontato di te. Ma mi piacerebbe sentire la tua versione” dice.

“Perché?”.

“Perché mi hai spiazzato. Eri così fuori dagli schemi. Non sembravi un calciatore”.

“Infatti non lo sono più”.

“Vorrei conoscerti meglio”. 

“Mentirei se non ti dicessi che anch’io vorrei conoscerti meglio”.

Ha riso. “Allora? C’era una volta un portiere che divenne un portiere di notte”.

“Più o meno. Guarda che non è una bella storia”.

“Magari, però, c’è il lieto fine”.

E’ qualcosa in più di una battuta? Chissenefrega. Mi basta che stia qui, mi piace sentire il profumo dei suoi capelli, pulito, fresco. Mi piace che mi sorrida. 

“Il tuo fidanzato sa che sei qui?”.

“L’ho lasciato. Ma non la guardi la tv?”.

“No. E non leggo neanche i giornali. E se vuoi puoi scriverlo”.

* Racconto pubblicato la prima volta nel 2004 dalla rivista Linea Bianca

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